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Dirigenti non all’altezza e crepe endemiche di sistema: il fallimento cronico del calcio italiano

C’è chi stamattina si è svegliato sperando fosse uno scherzo. Un pesce d’aprile crudele, di quelli che fanno male ma poi strappano un sorriso. E invece no: è tutto vero. L’Italia non giocherà il Mondiale per la terza volta consecutiva. Non è più una coincidenza, non è più sfortuna, non è più nemmeno emergenza. È sistema. Ed è un sistema che ha fallito.

A Zenica si è consumata l’ennesima fotografia impietosa di un calcio che vive di alibi e muore di realtà. In vantaggio, incapaci di gestire. In inferiorità numerica, incapaci di reagire. Sotto pressione, incapaci di pensare. E poi, come sempre, aggrappati ai dettagli: l’arbitro, l’episodio, il rigore. Ma il punto è un altro: se arrivi a giocarti tutto ai rigori contro una squadra inferiore, il problema non è la monetina finale. È il percorso che ti ci ha portato.

Tre esclusioni consecutive dai Mondiali con più posti disponibili. Basterebbe questo dato per azzerare ogni discussione. E invece no: si continua a parlare di “eroismo”, di “ragazzi da salvaguardare”, di “momento difficile”. Parole. Solo parole. Perché la verità è che il calcio italiano è fermo, ingessato, autoreferenziale. Un carrozzone che continua a girare su sé stesso mentre il resto del mondo accelera.

E in questo teatro dell’assurdo, quanto affermato del presidente federale Gabriele Gravina rappresenta forse il punto più basso. In conferenza stampa ha sostenuto che altri sport sarebbero avvantaggiati perché non professionistici, godendo quindi di maggiori libertà. Ha poi scaricato ogni responsabilità sulla mancanza di supporto politico, come se la Federazione fosse un soggetto passivo, spettatore impotente del proprio fallimento.

Ma il cortocircuito diventa totale quando, nel tentativo di rafforzare la sua tesi, cita gli sport invernali come modello virtuoso e arriva a indicare Arianna Fontana come sciatrice. Non è una semplice svista: è il simbolo perfetto di una classe dirigente confusa, superficiale, disconnessa dalla realtà che dovrebbe governare.

In un momento che richiederebbe lucidità, competenza e assunzione di responsabilità, arrivano invece giustificazioni fragili e scaricabarile istituzionali. È esattamente questo atteggiamento che ha contribuito a portare il calcio italiano dove si trova oggi.

Si invocano riforme, si promettono riflessioni “nelle sedi opportune”, si rimanda a consigli federali che somigliano sempre più a stanze chiuse dove tutto cambia perché nulla cambi. Intanto, fuori, il campo racconta altro: squadre italiane travolte in Europa, giovani tecnicamente indietro, un movimento che privilegia la tattica per nascondere lacune evidenti. Lo ha ammesso anche chi lavora nel sistema: la tecnica è insufficiente. E quando la tecnica manca, il calcio moderno ti spazza via.

Ma il problema è ancora più profondo. È culturale. In Italia si gioca un calcio lento, prevedibile, orizzontale. Si spezzetta il ritmo, si protesta, si simula, si perde tempo. Si pensa più a non perdere che a vincere. E poi ci si stupisce se, quando conta davvero, non si ha né la qualità né il coraggio per fare la differenza.

La Bosnia, sospinta dal suo pubblico e da una convinzione che noi abbiamo smarrito da anni, ha fatto semplicemente quello che il calcio richiede: intensità, verticalità, fame. Noi, invece, abbiamo fatto quello che facciamo sempre: gestire, aspettare, sperare. E alla fine, pagare.

Dopo il 2006, il vuoto. Un Europeo vinto che ha illuso e coperto crepe mai risolte. E oggi il conto arriva, pesantissimo. Non è una maledizione, non è destino, non sono i “Balcanici”. È incapacità strutturale di evolversi.

E allora basta con i piagnistei. Basta con la retorica. Basta con le difese d’ufficio. Serve una presa di coscienza brutale: il calcio italiano non è più competitivo ai massimi livelli. E finché continuerà a proteggere sé stesso invece di mettersi in discussione, il Mondiale resterà quello che è diventato ormai da troppo tempo: un evento da guardare in televisione.

Altro che pesce d’aprile. Questa è la realtà. Ed è molto più amara.






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