Quel soldato polacco guarito a Ivrea dopo un secolo la nipote cerca chi lo salvò
Ivrea
«Se non avessi tra le mani le foto e i documenti originali, l’odissea di mio nonno sembrerebbe inventata». A parlare è Maria Sikora, 69 anni, in pensione ma a lungo legata al mondo accademico all’Università Swps di Varsavia, città dove abita. Sta ricostruendo la vita di suo nonno Jan, soldato polacco passato dall’inferno delle trincee all’abbraccio di una famiglia eporediese nel 1919, e lancia un appello alla città: «Cerco i discendenti di chi lo ha curato e ospitato a Ivrea. Il bene ricevuto non è stato dimenticato».
Un giorno, un segno
«Ho preso la decisione di iniziare a scrivere questa storia l’8 febbraio 2026 – racconta –. Solo dopo, con grande emozione, ho scoperto che quel giorno ricorreva esattamente il 128° anniversario della nascita di mio nonno. Inizialmente non ne ero affatto consapevole, e questo mi ha profondamente convinta che fosse proprio nonno Jan a voler vedere la sua storia finalmente raccontata». Da allora Maria sta condividendo il percorso sul suo blog “Arkadia – bonum est”, dove tesse i fili di una vicenda familiare intrecciata alla storia europea del Novecento. «Il nonno era un uomo molto riservato, probabilmente segnato dal disturbo da stress post-traumatico. Parlava poco, ma conservo il ricordo della sua grande tenerezza».
Jan, il soldato salvato due volte
Nato l’8 febbraio 1898, Jan Sikora fu arruolato a forza nell’esercito austro-ungarico, come tanti giovani polacchi di un Paese ancora diviso tra potenze straniere. Mandato sul fronte italiano, sopravvisse per miracolo: soldati italiani lo tirarono fuori vivo dalle macerie di una caverna di roccia ad Asiago, dopo un bombardamento.
Nel gennaio 1919 entrò nell’esercito polacco e fu inviato al campo della Mandria di Chivasso, grande struttura di addestramento dove transitarono migliaia di polacchi, ex prigionieri di guerra dell’armata austro-ungarica. Lì si ammalò di tifo addominale e fu trasferito all’ospedale militare di Ivrea, dove decine di soldati polacchi furono curati e dove, nel 1919, circa 200 di loro non riuscirono a sopravvivere, trovando sepoltura nel cimitero cittadino.
La casa eporediese
Jan fu più fortunato. «I racconti di famiglia dicono che trascorse la convalescenza ospite di una famiglia di Ivrea – spiega la nipote –. Fu probabilmente quell’accoglienza, quel calore umano, a rendere così importante per lui il contare in italiano». Il ricordo più vivo, per Maria, è fatto di gesti semplici: «Avevo quattro o cinque anni quando mi prendeva sulle ginocchia e, canticchiando una melodia allegra, mi insegnava a contare in italiano sulle dita: “Uno, due, tre…”. Poi ho scoperto che aveva insegnato a contare in italiano a tutti i nipoti allo stesso modo». Una volta guarito, Jan fu arruolato con la matricola 27958 e poté tornare in Polonia nel maggio 1919, portando con sé per tutta la vita il filo invisibile che lo legava a Ivrea.
Le ricerche tra gli archivi
Per dare un nome e un volto a quella famiglia eporediese, Maria ha intrapreso una vera caccia ai documenti. «Le mie ricerche sono state un’avventura: ho scritto alla biblioteca di Ivrea e all’Archivio di Stato di Torino, che mi ha indirizzata verso Roma. Poiché le mie email venivano bloccate dai server militari, in un momento di determinazione ho scritto direttamente al Ministero della difesa italiano, chiedendo di inoltrare la mia richiesta agli uffici competenti. Sono ancora in attesa di risposta». Maria ha contattato anche la segreteria dell’Archivio storico Olivetti, che ha risposto rapidamente, ma senza trovare tracce utili. In Polonia, intanto, il peso della storia si fa sentire ancora oggi: «A causa della Seconda guerra mondiale, moltissimi archivi sono andati distrutti; il fatto che sia riemersa la biografia manoscritta di Jan dall’Ufficio storico militare è stato un vero miracolo».
«Ora sogno un viaggio qui»
Maria confessa di non essere mai stata a Ivrea, «ma non escludo di convincere la mia famiglia a intraprendere, prima o poi, un viaggio sentimentale sulle tracce del nonno». Nel frattempo, i suoi post hanno già acceso qualcosa in città. «La comunità social di Ivrea ha reagito con immenso calore. Ho ricevuto molti suggerimenti preziosi su chi contattare e ne sono profondamente grata. Purtroppo non si è ancora fatto vivo nessuno che conservi ricordi diretti dei soldati polacchi presenti a Ivrea nel 1918-1919, ma non mi do per vinta». Anche altrove la storia di Jan ha toccato corde profonde: «In un gruppo italiano dedicato alla Grande guerra, un utente mi ha inviato le foto di una divisa completa dell’Armata di Haller, concedendomi il permesso di inserirle nel libro». Sono tasselli che si aggiungono al mosaico di un racconto che vuole essere «più di una semplice cronaca militare: il ritratto di un uomo e della gentilezza ricevuta in Italia».
La memoria a fattor comune
Da Varsavia, l’invito agli eporediesi è semplice e diretto: una vecchia fotografia con un militare straniero, una lettera, un racconto di nonni e bisnonni potrebbe riaccendere, dopo oltre cent’anni, il filo di una gratitudine mai spenta. E allora basta contattare Maria Sikora. «Vorrei dedicare un capitolo speciale a Ivrea. Per dare un nome e un volto ai discendenti di chi lo accolse, e per testimoniare il legame tra i nostri popoli. Il bene fatto nel 1919 non è stato dimenticato».
