Quei bonifici da oltre 5mila euro dietro la vendetta che è costata la vita a Jacopo Peretti
MAZZE’. Oltre 5mila euro, tutti a titolo personale. È la somma di denaro trasferita in poco più di due anni dal 41enne Giovanni Zippo, difeso dall’avvocato Basilio Foti, alla donna con la quale l’ex guardia giurata di Securitalia aveva avuto una relazione, e alla cui casa di via Nizza 389 a Torino decise di dare fuoco nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2025, provocando l’esplosione che avrebbe ucciso Jacopo Peretti, 33enne originario di Mazzè, e ferito altre 12 persone, tra cui un bambino rimasto gravemente ustionato.
Una cifra, come è stato appurato nella seduta del tribunale di Torino di martedì 24 marzo, nella quale è stata presentata l’analisi dei flussi finanziari dell’uomo, divisa in tanti bonifici di importo variabile: il primo, di 250 euro, nel 2023, ai quali ne sarebbero seguiti altri due sempre nello stesso anno. Nel 2024, i bonifici diventano quasi mensili, raggiungendo a volte anche punte da 500 o 600 euro. Gli ultimi quattro infine, di importo variabile, nel 2025, poco prima di provocare l’esplosione per la quale ora Zippo è accusata di disastro doloso, omicidio volontario e lesioni personali, reati per i quali l’uomo rischia l’ergastolo. Il flusso di soldi, consistente in relazione allo stipendio dell’imputato, stimato intorno ai 1800 euro al mese, si configurerebbe quindi una delle motivazioni, insieme alla fine della relazione con la donna, per le quali Zippo avrebbe poi deciso di appiccare l’incendio.
«Quella mi ha rovinato» avrebbe infatti una volta affermato Zippo ai colleghi, i quali ben conoscevano la relazione sentimentale dell’uomo e i problemi relativi. Sarebbero stati proprio loro infatti, parallelamente alle indagini della polizia, a capire per primi ciò che era successo.
Il 30 giugno infatti Zippo era rientrato a lavoro con delle ferite che l’uomo avrebbe imputato a una caduta. Ferite per le quali l’ex guardia giurata si sarebbe poi fatto anche ricoverare in ospedale. Queste ultime tuttavia, come è visibile nelle foto mandate ai colleghi dalla sorella dell’uomo, risultavano molto più compatibili con delle ustioni che con una caduta. Una volta viste le foto e saputo di cose era successo nella notte proprio in quell’appartamento di via Nizza, i colleghi avrebbero di lì a poco fatto due più due: da un successivo controllo sull’auto d’ordinanza assegnata a Zippo quella notte, sarebbe poi venuto fuori come l’uomo avesse spento il dispositivo di geolocalizzazione del veicolo proprio tra le 2.15 e le 4.15 del mattino.
Due ore nelle quali l’uomo avrebbe raggiunto l’appartamento, ben lontano dal suo giro di controllo, ma del quale possedeva ancora le chiavi, dando fuoco a tutto tramite l’uso di solventi altamente infiammabili. Nel corso della seduta, sentiti anche i colleghi con il quale l’uomo aveva svolto i corsi di formazione. Zippo, che lavorava per Securitalia dal 2018, possedeva infatti un attestato antincendio di terzo livello, per la gestione del rischio elevato. Conosceva bene insomma i principi della combustione e come prevenirla, così come i fattori di rischio e il modo nel quale un incendio cresce e si sviluppa.
Sul luogo dell’incendio infatti, gli inquirenti hanno rinvenuto 3 latte appartenenti a due ditte diverse, contenenti solventi tanto infiammabili quanto comuni, per i quali insomma risultava difficile risalire all’acquirente.
Nel processo è costituita parte civile Marzia Grua, la mamma di Jacopo, attraverso l’avvocato Lorenzo Bianco.lorenzo zaccagnini
