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L’epatite A a Napoli e “i tempi del colera”: l’incubo degli anni Settanta e la lezione ai No-Vax di oggi

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In principio furono sempre le cozze. E c’era sempre Napoli di mezzo. L’ondata di epatite A che attraversa la metropoli partenopea riporta agli inizi degli anni 70 e all’emergenza del colera, che fece registrare 24 morti e gettò nel panico la nostra grande città. Che seppe reagire con dignità e compostezza, sopportando successivamente l’onda del disprezzo e di un’ironia becera e stupida.

Le cozze tunisine

I primi casi di colera a Napoli e nei paesi limitrofi, soprattutto Torre del Greco, si registrarono a fine agosto del 1973. E arrivarono sino a Bari. A causarli, fu un’importazione di cozze avariate dalla Tunisia. Le acque della metropoli, inquinate, fecero da fertilizzante per il propalarsi del colera. 

La prima vittima, una ballerina inglese

Il 20 agosto del 73 si registrò all’ospedale Cotugno la prima vittima. Era una ballerina inglese, Linda Heyckeey. Ricoverata per una grave gastroenterite, in realtà aveva contratto il colera.

I ritardi del Ministero

Il Ministero della sanità impiegò altri otto giorni prima di dichiarare l’emergenza colera. Ma nel frattempo si era già registrati altri casi. E il colera fece 30 vittime, 24 delle quali solo nell’area di Napoli, alcune anche a Bari, con circa trecento persone gravemente intossicate. La paura si diffuse subito e divento psicosi.

Le vaccinazioni record

Quel numero spinse le autorità a una mobilitazione senza precedenti, portando alla vaccinazione di oltre un milione di persone in una sola settimana per evitare che il bilancio salisse drasticamente. E i napoletani reagirono con civiltà, seguendo pedissequamente le indicazioni dei medici e dando una lezione “ante litteram” ai No Vax di oggi e degli anni del Covid.

La fine ad ottobre

Solo due mesi dopo, con le vaccinazioni concluse, fu chiusa l’emergenza sanitaria. Che recintò una delle più belle città del mondo nell’isolamento.

Le bare e Bergamo

Il passaggio delle bare fu traumatico per quei tempi. 47 anni dopo, Bergamo, con proporzioni molto più ampie, vivrà lo choc dell’esercito che trasporterà decine di bare di persone morte per il Covid.

La città che “puzza” e  “Napoli colera”

Il clima divisivo di quegli anni trasformò Napoli nello stereotipo della città “che puzza”. “Vedi Napoli e poi muori”, celebre detto romantico, fu trasformata nel rischio incombente del virus. La metropoli, reduce dal saccheggio edilizio di inizio anni sessanta, visse una fase marginale e di contrazione turistica, pur esprimendo una classe politica di primo piano (l’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone, era uno degli esempi). Ancora oggi in alcuni stadi si sentono cori beceri sul colera, che riecheggiavano fortemente ai tempi di Maradona. L’ascesa della camorra sanguinaria, qualche anno dopo, fu un ulteriore muro ideologico tra Napoli e il resto dell’Italia.

L’epatite A nel momento della rinascita

L’ondata di casi di epatite A spaventa ma fortunatamente è ben diversa e controllabile. Oggi Napoli è in una fase di splendore. La città del Cristo Velato, l’opera barocca più importante del mondo, del San Carlo, delle opere di Caravaggio, del Maschio Angioino, di Maradona, di Sorrentino, di Enrico Caruso ed Eduardo, di Troisi e di Totò, di Vico e Giordano Bruno e di tanti, troppi nomi da ricordare.

In quel “mare sporco” l’anno prossimo, a Bagnoli, si svolgerà l’America’s Cup, la più seguita manifestazione sportiva del mondo il 2027.

Venti milioni di turisti l’anno, con un tasso di crescita del 45% che è il più alto nel nostro Paese. Il rifiorire di una tradizione culturale, musicale, archeologica, artistica che ne fanno una delle città più belle del pianeta. Non più vista come luogo di terrore e di contaminazione. Come scrisse qualcuno, “Ci sono città al mondo più belle di Napoli ma mai nessuna potrà essere Napoli”. Forse è possibile essere felici nel posto più bello del mondo.

 

 

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