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Iran, Netanyahu “apre” al fronte terrestre. Trump nega: “Non sto mandando truppe da nessuna parte”

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«Si dice spesso che non si possono fare rivoluzioni dall’aria, ed è vero». Con queste parole Benjamin Netanyahu ha lasciato intendere che un impiego di truppe di terra potrebbe rivelarsi necessario per rovesciare il regime. Da Gerusalemme, il primo ministro israeliano ha sostenuto che la Repubblica islamica si trova nel suo momento più fragile, “al suo punto più debole” in quasi mezzo secolo, pur ammettendo che i risultati ottenuti finora sono arrivati prevalentemente dai raid aerei. A Washington, però, la linea è opposta. «Non sto mandando truppe da nessuna parte», ha dichiarato pubblicamente Donald Trump. Una presa di distanza che riflette obiettivi divergenti, confermati anche dalla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard: Israele mira alla leadership iraniana, gli Stati Uniti alla capacità militare.

L’ira di Teheran

Il conflitto ha ormai superato i confini iraniani. Dopo il raid israeliano sul giacimento di South Pars, Teheran ha risposto colpendo il terminale di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, infrastruttura cruciale per l’approvvigionamento globale. I danni, secondo fonti industriali, richiederanno anni per essere riparati e hanno già spinto i prezzi energetici al rialzo.

Le ripercussioni si sono propagate rapidamente. L’Arabia Saudita ha denunciato attacchi diretti al proprio territorio e minacciato una risposta militare. «Questa pressione da parte dell’Iran si ritorcerà contro di lui sul piano politico e morale e ci riserviamo certamente il diritto di intraprendere azioni militari se ritenuto necessario», ha dichiarato il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan.

Parallelamente, droni e missili hanno colpito infrastrutture in Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, mentre lo Stretto di Hormuz resta sotto minaccia. Il traffico marittimo, essenziale per un quinto delle forniture mondiali di petrolio, è rallentato da mine e attacchi mirati.

Ferri corti

Le frizioni tra Washington e Tel Aviv sono ormai alla luce del sole. Il presidente Usa esclude l’invio di truppe di terra e afferma di non essere stato informato del raid su South Pars, in contrasto con le versioni israeliane. Netanyahu ha dovuto ribadire che Israele «ha agito da solo», accogliendo poi la richiesta americana di sospendere così ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche.

Economia sotto pressione

Intanto, la crisi si riflette sui mercati globali. Il petrolio ha raggiunto i 118 dollari al barile prima di un parziale rientro, mentre il gas ha registrato aumenti ancora più marcati. La Bank of England ha rivisto al rialzo le stime d’inflazione e avvertito che «tagli dei tassi non sono all’orizzonte».

Trump ha cercato di rassicurare tutti ieri nello Studio Ovale: «Finirà presto». Ma l’impatto politico interno cresce, con il presidente esposto all’aumento dei prezzi energetici in vista delle elezioni di medio termine.

Fronte cyber

Eppure, “il diavolo si nasconde nei dettagli”… in questo caso in quelli digitali. Il Dipartimento di Giustizia americano avrebbe infatti denunciato attacchi informatici e una campagna di intimidazione diretta, con minacce di morte e riferimenti a legami con un cartello messicano per “compiere atti di violenza”.

L’FBI ha sequestrato quattro domini collegati a queste operazioni, tra cui piattaforme riconducibili al gruppo Handala, usate per rivendicare attacchi, diffondere dati sensibili e colpire dissidenti e obiettivi israeliani. “L’Iran pensava di potersi nascondere dietro siti web falsi e minacce da tastiera per terrorizzare gli americani e mettere a tacere i dissidenti”, ha dichiarato il direttore dell’FBI Kash Patel , come riportato su Axios questa mattina. “Questo FBI darà la caccia a ogni responsabile di queste vili minacce di morte e attacchi informatici e farà ricadere su di loro tutta la forza delle forze dell’ordine americane.”

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