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Gli acquisti milionari del ministero, da Caravaggio ad Antonello da Messina. Ma ora viene il difficile: perché farne icone da sfilata non è il massimo (e lo dicono i precedenti)

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Da una parte il governo svuota il portafogli della cultura nei Fondi di coesione, dall’altra in poco più di un mese il ministro Alessandro Giuli ha comunicato l’acquisto di due capolavori dipinti (l’Ecce Homo di Antonello da Messina e il Ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio) per un totale di circa 42,6 milioni di euro e la disponibilità ad acquistare il Teatro Sannazaro di Napoli – gravemente danneggiato dal rogo del 17 febbraio – mettendo anche “a disposizione dei gestori uno spazio che potrebbe essere anche all’interno di Palazzo Reale, affinché le attività teatrali proseguano”.

Di fronte a simili pensieri, parole e opere non c’è che da rallegrarsi, evidentemente, perché proclamare la disponibilità del MiC di mettere in piedi il salvataggio dello storico teatro napoletano e togliere dal mercato antiquario due picchi d’eccellenza dell’arte italiana sono azioni che rispondono in pieno ai doveri di chi deve tutelare i beni culturali nazionali. Ma non possiamo fermarci qui, perché le opere tutelate e conservate, vanno poi anche valorizzate, cioè messe a disposizione della fruizione pubblica, perché è alla Nazione che appartengono.

E qui si può discutere sulle azioni intraprese dall’attuale responsabile della cultura italiana.

Il Maffeo Barberini – che lo storico dell’arte Roberto Longhi nel 1963 attribuì a Caravaggio (cioè l’opera non è certa) e da quel momento il dipinto è riconosciuto dalla critica come del Merisi – è previsto che venga assegnato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica per confluire stabilmente nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.

Per l’Ecce Homo di Antonello da Messina, dipinto tra il 1460 e il 1465, si profila invece un destino molto diverso. A qualche giorno di distanza dall’acquisto, infatti, Giuli affermò che la destinazione dell’opera sarebbe stata l’attuale capitale della cultura d’Italia, cioè L’Aquila, dove rimarrà per tutto il 2026 nel locale Forte Spagnolo. “Dopodiché l’Ecce Homo apparirà a Messina, a Firenze, a Roma, in tutti i più importanti musei italiani e in tutti quei luoghi in cui le persone hanno bisogno di vedere bellezza e storia” ha aggiunto Giuli.

Ed è a questo punto che la valorizzazione prende il sopravvento sulla tutela e sulla conservazione, perché la galassia dei restauratori è concorde sul fatto che se le opere d’arte – soprattutto quelle più antiche e fragili – potessero scegliere, eviterebbero volentieri di viaggiare.

Ma non basta. Se leggiamo con attenzione quanto aggiunto Massimo Osanna, direttore generale dei musei statali – ovvero che “la scelta dell’Aquila esprime con chiarezza la linea strategica del ministero: valorizzare il patrimonio rafforzando anche quei luoghi di straordinario valore, oggi meno inseriti nei grandi flussi ma con tutte le potenzialità per esserlo sempre di più” – la decisione di trasformare l’Ecce Homo in un’icona da sfilata appare ancora più contraddittoria. Perché se si vuol dare impulso ai luoghi d’arte “oggi meno inseriti nei grandi flussi”, non si capisce perché il capolavoro dovrebbe far tappa a Firenze e Roma, città dove l’overtourism non è più solo un problema contingente, bensì un’emergenza sociale.

Per cui la decisione del ministro di considerare l’Ecce Homo di Antonello da Messina come un’opera d’arte itinerante, in maniera oltremodo preoccupante risulta in sintonia con il comportamento di numerosi suoi predecessori al Collegio Romano, ovvero di quelli che non si sono fatti scrupoli di spedire alcuni dei capolavori dell’arte italiana in giro per il mondo e per l’Italia, mettendoli di fatto a rischio.

Come i vari responsabili della cultura che nei primi anni Duemila concessero il prestito del Satiro danzante di Mazara del Vallo in varie occasioni (in Giappone a Parigi), come il ministro Francesco Rutelli che nel marzo del 2007 prestò l’Annunciazione di Leonardo da Vinci degli Uffizi a una mostra a Tokyo; o come il ministro Bondi che nel 2008 voleva trasportare i Bronzi di Riace alla Maddalena per il G8, ma solo la paura del malocchio e, purtroppo, il terremoto dell’Aquila ne impedirono il prestito. E ancora va ricordato l’ex ministro Franceschini che prestò il David di Donatello del Bargello all’Expo di Milano nel 2015 e il disegno dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci di Venezia al Louvre di Parigi per l’anniversario del Genio. Per non parlare, infine, del Bacco di Caravaggio che nella primavera del 2023 ha lasciato gli Uffizi alla volta del Vinitaly di Verona riempiendo d’orgoglio il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida dell’attuale Governo.

Ora tocca all’opera di Antonello da Messina girare per l’Italia (senza scordarci che il capolavoro è già stato richiesto per una grande rassegna sull’artista siciliano in programma nel 2028 al museo nazionale Thyssen-Bornemisza di Madrid) e ri-farsi carico dei nostri peccati. Soprattutto di quelli contro il patrimonio culturale.

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