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Sentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i popoli e… l’UE

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Sentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i popoli e… l’UE

Continuiamo con le nostre sentiment analysis. Dopo aver affrontato la querelle tra Sánchez e Trump per l’uso di basi militari USA in territorio spagnolo per attaccare l’Iran, abbiamo chiesto anche cosa dovrebbe fare l’Italia riguardo alla guerra in Medio Oriente. Le risposte sono state lineari, appoggiando nettamente la posizione del “no alla guerra” dichiarata dal premier spagnolo e ribadita, poi, nella domanda riguardante la posizione che dovrebbe assumere l’Italia.

Nell’ultima sentiment, abbiamo chiesto chi ne uscirà vincitore dal conflitto: se il fronte composto da Israele e USA, se il regime iraniano o se, invece, non ci sarà alcun vincitore.

Anche qui, sulle 850 risposte ottenute sui nostri canali e quelli di Election Day, si evince un dato molto chiaro: prevale una forte sfiducia e negatività. E più di una persona su due crede che, da questo conflitto, non uscirà alcun vero vincitore. Risponde così il 50,6% degli utenti (430 su 850). Poi, il 27,3% si decanta a favore di Israele e USA (232 su 850) e il 22,1% per l’Iran (188 su 850).

Sentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i popoli e… l’UE

Sentiment analysis TP, le voci dei lettori: dalla psicologia di Trump alla lezione del Vietnam

Una delle risposte più articolate e dense arriva da Angela, che offre una lettura geopolitica a tutto tondo: “È evidente che Trump è affetto da un serio disturbo psichiatrico, cosa che pone in serio pericolo i già difficili equilibri nel mondo. Chi non è pazzo invece è Netanyahu, ben determinato a proseguire nel progetto della Grande Israele, ad ogni costo. Ed è lui che tiene per le briglie Trump, forse addirittura lo ricatta per qualcosa legata agli Epstein Files. La guerra continuerà ancora per molto, l’Iran non si arrenderà mai. L’Europa sta mostrando qualche segnale di allentare l’alleanza con gli Usa. Nel frattempo Gaza e la Cisgiordania sono sempre sotto il tallone di Israele, che continua la pulizia etnica senza il minimo ostacolo: nessuno però ne parla più. Stiamo subendo pesantissime conseguenze per questa folle guerra, siamo già provati da quelle della guerra tra Russia e Ucraina. Non mi aspetto niente di buono.”

Il riferimento agli Epstein Files — già emerso in precedenti sentiment — conferma quanto questo tema continui ad aleggiare nell’immaginario collettivo come chiave di lettura dei rapporti di forza tra i leader occidentali. Al di là della fondatezza delle ipotesi, è un segnale di quanto profonda sia la sfiducia verso le élite politiche internazionali.

Antonino richiama invece la memoria storica degli interventi militari americani, da sempre controversi nel loro esito finale: “Gli USA a quanto pare non imparano mai le lezioni della storia: con qualche piccola eccezione contro paesi pressocché inesistenti, non sono riusciti mai a vincere le guerre, cambiando la situazione in loro favore, dopo decenni di distruzioni e lutti: Vietnam, Afghanistan, lo stesso Iraq. Dopo i primi momenti di euforia, dopo avere immaginato di essere riusciti a cambiare i regimi, alla fine sono stati costretti al ritiro con un pugno di mosche, o quasi.”

Sulla stessa lunghezza d’onda Lev, che spinge ancora più in là la metafora storica e capovolge la prospettiva sul presunto vincitore: “In una guerra non vince mai nessuno, ma qui è abbastanza chiaro che l’Iran rischia di essere il Vietnam o l’Afghanistan per gli USA e tendenzialmente l’Iran ne uscirà rafforzato, seppur dovrà pagare un grande prezzo di sangue a causa di questa folle aggressione che sta subendo da Sionisti e USA.”

A pagare saranno i popoli, secondo la maggioranza

Tra le risposte più equilibrate e strutturate spicca quella di Ronald, che sposta l’asse della domanda dalla vittoria militare alle sue conseguenze sistemiche. Per Ronald, “Nelle guerre moderne la domanda “chi vincerà?” spesso è la meno importante. Anche quando qualcuno prevale militarmente, il prezzo pagato in termini di instabilità, tensioni e conseguenze politiche può durare per decenni. Per questo più che una vera vittoria, è probabile che questo conflitto lasci in eredità un nuovo equilibrio regionale, fragile e pieno di incognite. E come spesso accade nella storia, a pagare il prezzo più alto saranno soprattutto le popolazioni e la stabilità internazionale.”

È una lettura che risuona con il dato aggregato: il 50,6% che risponde “nessun vincitore” non esprime cinismo, ma una consapevolezza maturata. Le guerre asimmetriche e i conflitti regionali con attori multipli raramente producono vincitori netti — producono macerie, rifugiati e nuovi equilibri instabili.

Renato aggiunge una nota di ironia amara, che dice molto sul rapporto degli italiani con la retorica della vittoria: “In una guerra senza capo né coda, nessuno potrà mai essere definito vincitore ma uno, sempre che ne abbia la possibilità materiale, proclamerà la sua vittoria: Don Trump.”

L’Europa vassalla e il gasolio a 2,5 euro: i costi della guerra vicina a casa

Un filo rosso attraversa molte delle risposte: la percezione che l’Europa — e quindi l’Italia — stia pagando il prezzo di una guerra in cui non ha avuto voce in capitolo. Valerio lo dice in modo diretto: “Non vincerà nessuno, perderà l’Europa vassalla degli USA.”

E Marco, con una sintesi lapidaria che traduce la geopolitica in linguaggio quotidiano: “Trump e Netanyahu, grazie per farci pagare il gasolio 2,5 euro al litro.”

È una risposta che vale più di molte analisi: quando la guerra entra nel portafoglio, l’opinione pubblica smette di ragionare in termini di alleanze e inizia a ragionare in termini di costi. Ed è esattamente questo scarto — tra la narrativa delle cancellerie e la realtà delle pompe di benzina — che alimenta il 44,7% di italiani che, nel nostro ultimo sondaggio pre-blackout, chiedeva di condannare l’attacco e negare l’uso delle basi.

La voce dissenziente: c’è anche chi vede una vittoria USA-Israele

Non mancano, però, letture più favorevoli all’intervento. Carlo offre un’analisi più fredda, basata sui dati militari disponibili: “I dati al momento a disposizione dicono abbastanza chiaramente come USA e Israele abbiano raso e stiano radendo al suolo moltissime infrastrutture strategiche iraniane. La morte della guida suprema Khamenei è poi un ulteriore fatto incontrovertibile. In ogni caso, Washington e Gerusalemme stanno vincendo, ma non certo stravincendo.”

È la posizione del 27,3% che, nella nostra rilevazione, considera Israele e USA come i probabili vincitori. Una minoranza significativa, che però si muove su un terreno fattuale: i danni inflitti alle infrastrutture iraniane sono reali, la morte di Khamenei è un evento di portata storica. La domanda — che Carlo stesso lascia aperta — è se una vittoria militare si trasformerà in stabilità politica. La storia recente offre poche rassicurazioni in tal senso.

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