«Oggi le mafie fanno molti più affari in Piemonte rispetto alla Sicilia»
Ivrea
«Educare alla legalità è educare alla bellezza». Sono le parole di Peppino Impastato a risuonare nell’incontro organizzato dal Forum democratico del Canavese “Tullio Lembo”, dal liceo Carlo Botta, da Libera e Zac stasera alle 21 nell’atrio del Movicentro di Ivrea con Paolo Borrometi. Il giornalista 43enne è sotto scorta dal 2014 per minacce e aggressioni da parte della criminalità organizzata in seguito alle sue inchieste concentrate soprattutto nel ragusano. Ha iniziato la sua carriera nel Giornale di Sicilia nel 2010, ha poi fondato il sito Laspia.it, mentre collaborava con l’agenzia Agi, di cui in seguito è stato direttore fino al 2025. Parteciperà, sabato 21, alla manifestazione di Libera a Torino per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Il legame tra bello e giusto è cosa antica. Come facciamo a metterlo in pratica ogni giorno nella lotta alle mafie e soprattutto chi deve pensarci?
«È stato uno dei miei conterranei, Peppino Impastato, che ci ha fatto comprendere come la bellezza fosse il migliore antidoto contro le mafie ed è così. Pensiamo ai quartieri degradati dove le mafie fanno da padrone. Secondo un altro mio conterraneo, Paolo Borsellino, “la bellezza del fresco profumo della libertà si oppone al puzzo del compromesso”. Nel nostro quotidiano possiamo fare tanto, soprattutto dobbiamo pensare che agire nella legalità è bello e conveniente. Chi pensa sia conveniente l’illegalità, non pensa alle conseguenze. Non c’è una persona che ha vissuto nell’illegalità che poi non sia finita in galera. Da ultimo, Matteo Messina Denaro, è morto per malattia al carcere duro, lontano dai suoi affetti».
Come giornalista anti mafia vivi sotto scorta da 12 anni. Rifaresti ogni singola scelta del tuo percorso professionale?
«Di solito, c’è la convinzione implicita che io abbia fatto qualcosa di eroico. Ho fatto solo il mio dovere. Io nasco in una terra dove purtroppo ci sono le mafie. Cosa ho fatto? Non mi sono girato dall’altro lato, ho guardato e raccontato. Il giornalista è gli occhi, le orecchie, la bocca dei cittadini. Non avrei potuto fare qualcosa di diverso. Non dobbiamo cercare eroi dove non ci sono. Dobbiamo abituarci all’idea di persone che fanno il proprio dovere, anche se ormai fare il proprio dovere sembra diventato rivoluzionario».
Quando hai subito la prima aggressione tornavi da un programma in cui parlavi di una vittima, Ivano Inglese. Che idea ti sei fatto a distanza di anni della sua storia?
«Il tema è che la lotta alle mafie oggi deve orientarsi in una doppia direzione: la prima è di dare verità e se possiamo giustizia a chi come Inglese è stato ucciso. Non possiamo dimenticarci dei familiari delle vittime. Ci sono verità storiche che mancano in questo paese. La seconda è la lotta alle nuove forme di mafia, che sparano molto meno e fanno affari e che sono in Piemonte e in Lombardia molto più che in Sicilia, in veneto più che in Campania».
Infatti parliamo di 24 locali di ’ndrangheta in Piemonte, pochissimi omicidi, ma spaccio, reati finanziari e addirittura truffe, nel caso del locale di Ivrea. Come facciamo a vedere questa mafia che sparisce, nel momento in cui togliamo reati come l’abuso d’ufficio?
«È una questione culturale, da una parte, dall’altra se togliamo un reato considerato “spia” come l’abuso di ufficio, se rendiamo quelli finanziari meno accertabili, stiamo andando a depotenziare la lotta alle mafie. Oggi i mafiosi sono diventati non più quelli che ti impongono di dare i soldi, ma ti prestano i soldi. Tramite leve finanziarie entrano nelle nostre vite e ci tolgono quelle che è nostro. La mafia al Nord si inserisce in un contesto produttivo importante, che ha meno strumenti per riconoscerla. Tra l’altro nel nostro paese si pensa che reati finanziari siano reati di serie b, chi evade le tasse è quasi considerato un figo. Questa subcultura è il brodo delle mafie».
Oltre ad aggressioni, hai ricevuto querele temerarie e minacce. C’è differenza tra le due?
«Io ho devo premettere che ho paura ogni giorno. Ho imparato però a non farmi limitare dalla paura. Nonostante mi abbiamo condannato a morte tre clan cerco di far parlare le mie inchieste, non la mia paura. Dobbiamo normalizzare la lotta alle mafie. Più che le minacce e querele temerarie sono stati però i tentativi di delegittimazione che hanno cercato di buttare fango su me e la mia famiglia, a farmi male. Dentro c’erano politici regionali, colleghi giornalisti. Mio padre è morto mentre era in atto uno di questi tentativi. È stato questo a farmi più male».
Tu nasci giornalista locale, poi fondi un sito che si chiama Laspia.it. Quanto è difficile fare inchiesta quando alle spalle non si ha una grande redazione a tutelarti?
«Purtroppo c’è l’idea che il giornalismo debba essere gratuito. Nei giornali locali mi pagavano 3,10 euro lordi ad articolo. Fare inchiesta è complicatissimo. L’inchiesta prevede tanto studio e poi non è detto che veda la luce perché magari ci si rende conto che la verità è diversa. Io sono innamorato del modello anglosassone, perché hanno risposto alla crisi dell’editoria investendo. Noi, invece, abbiamo risposto tagliando. Guardate che oggi il giornalismo vero, lo fanno le testate di periferia: è il giornale di Modica, di Catanzaro, che tira fuori le notizie, pur non avendo le garanzie dei grandi giornali. È questo che fa la differenza. Criticate pure il giornale locale, ma leggetelo».
Per la Giornata della memoria e dell’impegno, quale impegno vuoi chiedere a chi ci legge?
«Informatevi. La cultura è la cosa che le mafie temono di più. Se non ci informiamo, non conosciamo, se non conosciamo non possiamo capire cosa ci accade intorno. Ho fatto il giornalista perché mi rendevo conto che c’erano tante cose che non sapevo. Informatevi e leggete».
