Benzina e diesel, la guerra in Iran fa volare i prezzi: cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi giorni
I consumatori italiani stanno già registrando i contraccolpi della crisi in Iran. Ieri mattina, martedì 3, il prezzo medio della benzina si è attestato a 1,698 euro al litro, mentre il gasolio ha raggiunto 1,760 euro al litro, con aumenti rispettivamente di 2 e 3 centesimi rispetto ai giorni precedenti.
Si tratta di variazioni apparentemente limitate, ma che rappresentano il riflesso diretto delle tensioni sui mercati internazionali dell’energia. I prezzi praticati nei distributori dipendono infatti dall’andamento del greggio e dei carburanti raffinati, dai costi di importazione e dalla logistica, fino ad arrivare alla distribuzione finale.
Nel dettaglio, la benzina in modalità self service si colloca in media a 1,674 euro al litro, mentre il diesel self è a 1,728 euro al litro.
Il petrolio sopra gli 80 dollari
Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno avuto un effetto immediato sulle quotazioni del greggio. Il Brent ha chiuso lunedì intorno ai 78 dollari al barile, in crescita del 7% rispetto a venerdì scorso, toccando punte di 80 dollari, un livello che non si registrava da giugno 2025. Nelle contrattazioni odierne le quotazioni hanno superato gli 82-83 dollari al barile.
Raffinati sotto pressione e nodo Hormuz
La reazione è stata ancora più marcata per i prodotti raffinati. Il gasolio ha segnato un incremento di quasi 10 centesimi al litro (+17,5%), mentre la benzina è salita di 3,3 centesimi (+7%). Le preoccupazioni riguardano in particolare lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per le forniture energetiche provenienti da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman. Una quota rilevante dei prodotti raffinati destinati all’Italia attraversa proprio quell’area. Attualmente il 57% del gasolio e il 20% del jet fuel importati nel nostro Paese transitano da Hormuz.
Diversa la situazione del greggio: parte delle forniture arriva bypassando lo Stretto grazie all’oleodotto East West crude oil pipeline. Complessivamente il 42% del petrolio importato dall’Italia proviene dall’Africa, con la Libia al 24%, il 30% da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli Stati Uniti. Questa diversificazione attenua i rischi, ma non impedisce che i rincari dei prodotti raffinati si riflettano sui prezzi finali.
Le possibili conseguenze
Secondo Gianni Murano, presidente Unem, un’eventuale chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe sottrarre dal mercato tra il 15% e il 20% dell’offerta mondiale di petrolio, con effetti potenzialmente molto rilevanti sui prezzi.
Gasolio e jet fuel, maggiormente legati a quell’area geografica, sarebbero i più esposti, con ricadute immediate sui costi di trasporto e sui carburanti in Italia e in Europa.
Un sistema più resiliente
Nonostante l’incertezza internazionale, l’Italia dispone di una filiera energetica articolata e di fonti di approvvigionamento diversificate. Negli ultimi anni gli operatori hanno rafforzato le strategie di flessibilità, maturando esperienza nella gestione di shock improvvisi.
Questo non elimina gli aumenti alla pompa, ma contribuisce a rendere il sistema più preparato a fronteggiare eventuali interruzioni delle forniture. L’evoluzione del conflitto e le dinamiche diplomatiche dei prossimi giorni saranno decisive per comprendere l’andamento di petrolio, benzina e gasolio.
