McTominay giura amore al Napoli: “Conte mi ha cambiato, resto a lungo”
Certe confessioni non hanno bisogno di effetti speciali. Bastano il tono, la postura, la scelta delle parole. Scott McTominay non è tipo da smancerie, né da slogan. Eppure, nel cuore vibrante di Napoli, lo scozzese ha trovato qualcosa che somiglia molto alla parola “appartenenza”. E quando dice che potrebbe vedersi in azzurro “per molto tempo”, non sembra diplomazia: sembra convinzione.
Arrivato tra lo scetticismo elegante di chi lo etichettava come “muscolare ma non creativo”, McTominay si è imposto con la forza delle idee semplici: correre, inserirsi, segnare, proteggere. E soprattutto capire. Capire cosa significa giocare nel Napoli post quarto Scudetto, dove la gloria non è un ricordo ma un parametro.
L’ex Manchester United non ha nascosto il legame con la città: Napoli gli ricorda casa, la sua Scozia. Popolo diretto, passionale, autentico. E per uno cresciuto a pane e vento del Nord, la lava del Vesuvio non è troppo calda: è familiare.
Conte, il martello e l’incudine
Se c’è un nome che ritorna nelle sue parole, è quello di Antonio Conte. Non un semplice allenatore, ma un “cambiamento”. McTominay parla di volumi di lavoro, intensità, pressione costante. Parla di quell’incertezza metodica che ti obbliga a dare il massimo ogni giorno. Con Conte non esistono zone franche: o cresci o resti indietro.
E in questo laboratorio permanente, lo scozzese ha trovato la sua dimensione. Non solo interditore, ma incursore. Non solo fisico, ma testa. La stagione scorsa, culminata con la vittoria del campionato e della Supercoppa, è stata la certificazione di un processo. Il lavoro a porte chiuse che esplode allo stadio.
L’ombra degli infortuni e la voglia di Atalanta
Il tendine fa le bizze, la prudenza è d’obbligo. In vista di Atalanta-Napoli, McTominay non garantisce, ma promette impegno. “Voglio disperatamente giocare”, dice. Parola forte, disperatamente. È il lessico di chi non accetta la panchina come destino.
Il Napoli, frenato da una stagione disseminata di infortuni, cerca equilibrio. E lui lo sa: nei momenti difficili non servono alibi, ma spiegazioni oneste. La differenza è sottile, ma decisiva.
“Il calcio è troppo morbido”
Poi c’è il tema delle simulazioni. McTominay non si nasconde: il calcio moderno, a suo dire, è diventato “soft”. Troppo sensibile, troppo incline al cartellino per un contatto minimo. È la nostalgia di un calcio più ruvido, forse più sincero. Non una polemica sterile, ma una riflessione culturale: cosa vogliamo che sia questo sport?
In fondo, lo scozzese è figlio di un’educazione britannica dove il contrasto è linguaggio e la resistenza è virtù. Napoli, curiosamente, comprende questa grammatica.
Futuro scritto in azzurro?
“Io sono un giocatore del Napoli, è tutto quello a cui penso”. Le parole, nel calcio, sono spesso moneta debole. Ma qui il suono è diverso. Non ci sono ammiccamenti, né porte socchiuse. Solo la serenità di chi ha trovato un ambiente dove famiglia e professione camminano nella stessa direzione.
Il Napoli guarda avanti, senza proclamare lo Scudetto ma senza temerlo. Una partita alla volta, dice McTominay. È la prudenza dei forti.
E forse il segnale più potente non è nella promessa di restare, ma nella trasformazione compiuta: da comprimario di lusso in Premier a perno emotivo e tattico in Serie A. Se questo è l’effetto Conte, Napoli può sorridere. Se questo è l’effetto Napoli, McTominay ha scelto bene.
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