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Stati Uniti pronti all’attacco contro l’Iran: Trump tra guerra e accordo

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Gli Stati Uniti stanno concentrando in Medio Oriente la più imponente potenza aerea dalla guerra in Iraq del 2003, inviando caccia di quinta generazione, velivoli da guerra elettronica, piattaforme di comando e controllo e sistemi di difesa aerea avanzati. È un accumulo che non passa inosservato e che segna un salto di qualità nella pressione esercitata su Teheran. Il presidente Donald Trump non ha ancora dato il via libera a un attacco, ma ha chiesto ai suoi consiglieri una gamma completa di opzioni, dal colpo mirato contro infrastrutture nucleari e missilistiche fino a una campagna aerea su vasta scala capace di colpire i centri nevralgici del potere iraniano. Secondo fonti statunitensi, nei briefing alla Casa Bianca si è discusso di operazioni volte a massimizzare l’impatto strategico, compresa la possibilità di neutralizzare figure chiave dell’apparato politico e militare. Un’azione di questo tipo segnerebbe una rottura rispetto ai precedenti attacchi circoscritti, come l’operazione «Midnight Hammer» condotta a giugno contro tre siti nucleari iraniani. In quel caso si trattò di un messaggio calibrato; oggi il Pentagono sta predisponendo assetti che consentirebbero un’offensiva prolungata, della durata di settimane o addirittura mesi.

All’interno di questo scenario, la diplomazia tenta di evitare lo scontro. A Ginevra si sono svolti colloqui tra rappresentanti americani e iraniani sull’arricchimento dell’uranio. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha parlato di «piccoli progressi», precisando però che le divergenze restano sostanziali. Washington chiede la cessazione dell’arricchimento e lo smantellamento dei missili balistici e delle reti di milizie regionali; Teheran considera quest’ultimo punto una linea rossa, poiché i missili rappresentano il principale strumento di deterrenza in assenza di una forza aerea competitiva. Trump ha ribadito di preferire un accordo che elimini la minaccia nucleare, ma ha avvertito che, in mancanza di intesa, «non credo vogliano affrontare le conseguenze». Sul terreno, la postura militare americana è in rapida evoluzione. L’US Air Force ha trasferito F-35, F-22, F-15 e F-16 verso basi in Giordania e Arabia Saudita, insieme a velivoli E-3 per l’allerta precoce e piattaforme E-11 per garantire la resilienza delle comunicazioni in scenari ad alta intensità. Sono stati inoltre dispiegati sistemi di difesa aerea terrestri per proteggere installazioni e personale. La Marina schiera la portaerei USS Abraham Lincoln con nove cacciatorpediniere dotati di capacità antimissile, mentre la USS Gerald R. Ford è in rotta verso l’area operativa. I bombardieri stealth B-2 restano un elemento chiave: possono colpire direttamente dal territorio statunitense o dalla base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Trump ha evocato pubblicamente anche l’utilizzo della base britannica di Fairford. Come scrive il Wall Street Journal, il confronto con le grandi operazioni del passato aiuta a misurare la portata dell’attuale dispiegamento. Durante Desert Storm nel 1991 furono impiegati circa 1.300 velivoli statunitensi; nel 2003, per l’invasione dell’Iraq, ne furono schierati 863. Oggi i numeri sono inferiori e non sono previste forze terrestri, ma la qualità tecnologica è superiore. Le capacità stealth, l’integrazione satellitare, la precisione delle armi a lungo raggio e la guerra elettronica offrono a Washington un vantaggio schiacciante rispetto a un’Iran le cui difese aeree sono state già indebolite da precedenti operazioni israeliane.

Ciò non significa che il rischio sia contenuto. Teheran dispone ancora di un arsenale missilistico consistente, in grado di colpire basi statunitensi e alleati nel Golfo. Inoltre, la possibilità di interferire con il traffico nello Stretto di Hormuz costituisce una minaccia strategica globale, considerata la centralità della rotta per il mercato energetico mondiale. Una campagna prolungata potrebbe innescare attacchi indiretti attraverso milizie alleate in Iraq, Siria o Libano, ampliando il teatro del confronto. Un altro nodo riguarda il dopo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha riconosciuto che non è chiaro chi assumerebbe il potere in caso di caduta della Guida Suprema Ali Khamenei. Molti analisti ritengono che i vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica potrebbero consolidare il controllo. Al tempo stesso, settori della società iraniana ostili al regime potrebbero interpretare un indebolimento militare come un’occasione per rilanciare le proteste. Questo scenario, tuttavia, porrebbe Washington davanti a una scelta complessa: limitarsi a un’azione punitiva o sostenere indirettamente un processo di destabilizzazione più profondo, con tutte le incognite del caso. Alcuni ex comandanti ritengono che l’attuale accumulo abbia una funzione principalmente deterrente.. Secondo fonti d’intelligence, la strategia di Teheran potrebbe essere quella di guadagnare tempo, sospendendo temporaneamente alcune attività sensibili e confidando in un mutamento politico a Washington. Tra diplomazia fragile e preparativi militari avanzati, il Medio Oriente torna così a essere il baricentro di una crisi ad alta intensità. La linea di confine tra negoziato e conflitto si assottiglia ogni giorno, mentre il dispiegamento americano segnala che, questa volta, la minaccia dell’uso della forza non è retorica ma supportata da una macchina militare pronta a entrare in azione con esiti devastanti per l’Iran.






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