Mencarelli debutta nel romanzo giallo, «Gli scomparsi, un problema ignorato»
PAVIA. Nei boschi attorno a Norma, in provincia di Latina, viene rinvenuto uno scheletro femminile. Rimasto nascosto per anni e venuto casualmente alla luce. A occuparsi del caso sono il maresciallo Damasi e l’appuntato Circosta. Per dare un nome a quelle ossa vengono convocate quattro persone: quattro presunti familiari che hanno denunciato, anni prima, la scomparsa di un loro caro. Sarà il Dna a stabilire la verità. Daniele Mencarelli si cimenta con un nuovo genere, il giallo. Quattro presunti familiari (Sellerio) – che l’autore presenterà domani, alle 18, alla libreria Delfino di Pavia, insieme a Gianni Sacco – offre però al lettore anche un’ulteriore chiave di lettura e lo accompagna in un sottomondo spesso ignorato: quello degli scomparsi, della vulnerabilità e dell’importanza di chiedere aiuto.
«Questo è stato in realtà il mio primo romanzo, cullato e riscritto per anni – spiega Mencarelli, vincitore del premio Strega Giovani 2020 con Tutto chiede salvezza – Il tema degli scomparsi mi ossessiona da anni. E riguarda un esercito di persone. Tra gennaio e agosto dello scorso anno, in Italia, si sono perse le tracce di 16.285 persone, il 70 per cento sono minori. Vuol dire 67 scomparsi al giorno. Solo meno della metà in genere viene ritrovato».
Un popolo invisibile.
«A sparire sono persone che appartengono alle fasce più indifese, malati psichiatrici, tossicodipendenti, anziani con malattie neurodegenerative e anche i minori che arrivano in Italia non accompagnati. Ma questo esercito che svanisce dove va? In parte nelle stazioni, quel popolo invisibile, appunto, che viviamo con fastidio».
La sofferenza permea molti suoi lavori.
«Non sono attratto dalle storie borghesi in cui le dinamiche stanno all’interno di un mondo riparato. Mi piace raccontare chi è toccato da circostanze che spostano l’ago della bilancia della vita. E che la società non considera. Gli scomparsi sono uno dei fenomeni meno affrontati, così come gli incidenti stradali. Li rimuoviamo perché ci terrorizzano e riguardano quello che sono già nati per soffrire».
La scrittura può diventare denuncia.
«Abbiamo una capacità di produrre una quantità di leggi, ma su certi argomenti facciamo finta di niente. Pensiamo sempre che accada agli altri. A ogni incontro pubblico propongo questa sfida: immaginate che il vostro amore più grande e anche il più indifeso, penso a un figlio, non torni da scuola. Mettiamolo in scena su noi stessi. Spezza il fiato».
In “Tutto chiede salvezza” ha trattato il tema del disturbo psichiatrico. Ne è nata anche una serie Netflix.
«La storia è nata da un’esperienza personale vera ma che coinvolge molte persone. Il compito di uno scrittore è anche quello di puntare l’attenzione su fenomeni che richiedono parole».
Lei nasce poeta. Uno stato in cui parola è importante.
«La poesia ha rispetto alla parola una ricerca quasi maniacale. E cambia la visione che genera la scrittura. In genere il poeta ha una visione più lucida, addestra l’uomo ai temi dell’esistenza». —
