Referendum, dopo l’attacco della destra il Csm apre un’altra pratica a tutela della Cassazione: è la terza in meno di un anno
Un’altra pratica a tutela dei giudici della Corte di Cassazione e del suo primo presidente, il giudice più alto in grado del Paese. Quello che al Consiglio superiore della magistratura non si era mai visto, con questo governo succede per la terza volta in meno di un anno. I consiglieri togati di palazzo Bachelet intervengono di nuovo a difendere i colleghi della Suprema Corte, stavolta finiti nel mirino del centrodestra per l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum che ha riscritto il quesito sulla riforma Nordio, dando ragione ai promotori della raccolta firme. Una decisione che ha messo in crisi il governo, nonostante il Consiglio dei ministri abbia deciso di non rinviare la data del voto, limitandosi a correggere il testo sulle schede. Così dalla maggioranza sono partiti i soliti attacchi contro il collegio di 21 giudici e in particolare contro uno di loro, Alfredo Guardiano, accusato di mancanza di imparzialità per essersi esposto nella campagna per il No. Tanto da costringere il primo presidente, Pasquale d’Ascola, a intervenire con una nota: anche se “le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici”, ha sottolineato, “non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale”.
Ora il caso arriva anche al Csm, dove 19 consiglieri togati (tutti tranne Bernadette Nicotra, della corrente “di destra” di Magistratura indipendente) e tre laici (Ernesto Carbone in quota Italia viva, Roberto Romboli per il Pd e Michele Papa per il M5s) hanno chiesto l’apertura di una pratica a tutela, cioè di un procedimento interno che ha lo scopo di arrivare a un’espressione di solidarietà dell’organo di autogoverno nei confronti delle toghe sotto attacco. È la terza volta in pochi mesi che questa iniziativa viene adottata a difesa di magistrati della Cassazione: era successo a luglio, dopo le accuse al Massimario (l'”ufficio studi” della Suprema Corte) per il suo parere critico al decreto Sicurezza, e ancora prima a marzo, in favore delle Sezioni unite (il massimo organo giurisdizionale italiano), “colpevoli” di aver riconosciuto il diritto al risarcimento danni dei migranti bloccati a bordo della nave Diciotti.
Nella richiesta di apertura pratica – depositata alle 12:35 e redatta materialmente dal consigliere Marco Bisogni – si ricorda che “una parte del dibattito politico e mediatico ha descritto l’operato della Cassazione come un “golpe giudiziario” o “quasi un colpo di Stato”, ha rappresentato l’Ufficio centrale come un organo schierato contro la riforma, ha messo in discussione la lealtà istituzionale dei suoi componenti e ha accusato il primo presidente di voler “intimidire” il Parlamento e di collocarsi “fuori dall’ordinamento costituzionale”. Si tratta di affermazioni che non si limitano a contestare il contenuto delle decisioni, ma investono direttamente l’onorabilità dei magistrati interessati e la stessa legittimazione della Corte di Cassazione”, sostengono i firmatari.
Nel documento si sottolinea inoltre che “il confronto referendario, sebbene fisiologicamente acceso, non può travolgere la giurisdizione e le sue istituzioni”: “Dal 23 marzo, qualunque sia l’esito del voto, la giustizia continuerà ad essere amministrata dalla Corte di Cassazione e da tutti gli uffici giudiziari nel rispetto della Costituzione e delle leggi. Proprio per questo, la Cassazione, i suoi organi e il suo vertice devono essere rispettati e mantenuti al riparo dalla contesa politica: minare la fiducia dei cittadini nella terzietà del giudice significa indebolire la stessa efficacia delle decisioni giurisdizionali, in qualunque assetto ordinamentale ci si verrà a trovare”, affermano i consiglieri.
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