“A Lisbona porto il folklore dell’Italia nelle scuole. Qui sento che quello che faccio ha un senso”
“A Lisbona porto storie e leggende italiane nelle scuole. Con il mio lavoro faccio conoscere anche il folklore della mia Sicilia, da dove sono andato via perché non potevo vivere con la mia arte”. Antonio Nicolò Zito, siciliano, originario di Palermo, classe 1983, ha lasciato l’Italia oltre dieci anni fa, oggi vive in Portogallo dove tra pubblicazione di libri, laboratori artistici sul riciclo e racconti orali di storie, porta i miti di Scilla, Medusa, Romolo e Remo, Mano Verde, ai giovanissimi. “Come quella di Colapesce, che rappresenta esattamente il limite dei palermitani: un giovane che anziché succedere al potere perisce per un ricatto del potere. Un po’ mi rappresenta”. Ma Antonio, a differenza del Nicola della leggenda, ha trovato un’altra via per evitare di soccombere al potere: emigrare.
Antonio si è laureato nel 2012 in Lettere moderne, con una tesi “con indirizzo specifico nel passaggio dall’oralità alla scrittura”, che “è fondamentale per il mio percorso, perché ho lavorato con gli archetipi, con le leggende italiane”. Nel 2015, in Sicilia, durante il giorno di martedì grasso, delle maschere color sangue sono apparse sui volti dei Geni di Palermo, le statue poste in Piazza della Rivoluzione e Piazza della Vucciria, sono state delle istallazioni di denuncia di Antonio, Frillo, come si firma nelle sue creazioni: “Volli creare un piccolo choc rispetto il degrado e il decadimento della mia città”, spiega. Ma, dopo un primo e immediato riscontro positivo, il mondo culturale palermitano non dimostrò nessuna voglia reale di mettersi in discussione. “Dopo un’altra performance decisi di lasciare l’Italia”. Attraverso una borsa di studio arriva a Montpellier e viene ingaggiato dall’amministrazione locale: “Ho lavorato con i bambini attraverso laboratori del riciclo e narrazione. Oggi bisogna essere concreti e garantire alle nuove generazioni un’autonomia pratica attraverso quello che già c’è, smuovere le coscienze e parlare di cose utili”.
Dopo cinque anni lascia la Francia e trova un’altra occasione presso il Teatro Romano di Lisbona: “Mi ha dato la possibilità economica di continuare il mio progetto – racconta Antonio –. Lì, grazie alla coordinatrice Lídia Fernandes, ho potuto presentare il mio libro su Lisbona e avviare il ciclo di racconti e laboratori di riciclo e pop-up”. E arriva anche una collaborazione con una scuola, il Collegio Valsassina. “Quando arrivai in Portogallo non conoscevo la lingua, usavo l’inglese e loro sono stati molto accoglienti. Inoltre mi è stata data fin da subito molta libertà, sia nei tempi di lavoro che a livello creativo, e di poter trasmettere, anche attraverso l’oralità, fondamentale per far vivere il folklore, l’importanza di queste storie alle future generazioni di europei. Io sento l’utilità di ciò che faccio a differenza di quando ero in Italia dove il sistema dell’istruzione è ancora fortemente ingessato e vecchio. Poco incline a rinnovarsi se non per l’iniziativa del singolo”. Certo, quella di Antonio è una storia di riscatto personale ma che si scontra anche con i tempi in cui viviamo. “Io ho la fortuna di potermi mantenere ma il Portogallo non è più quello di dieci anni fa, il costo della vita e gli affitti sono cresciuti anche qui. E molti si stanno spostando in altri paesi europei dove i redditi sono più alti”. I motivi? “Principalmente l’overtourism: francesi, inglesi, americani che comprano palazzi e fanno business con i b&b. Ma anche molti remote-worker che scelgono il Portogallo perché c’era una buona qualità della vita, adesso non più così scontata”.
L’Italia rimane un ricordo? “Il nostro rimane un paese meraviglioso, nonostante tutto, è questa la sua maledizione. So che è un cliché ma è all’estero che ti rendi conto di quanto sia vera questa cosa”, confessa Antonio. “Forse quello che faccio è la cosa più bella che potrei fare per l’Italia: portare altrove ciò che noi tendiamo a valorizzare ancora troppo poco”, sottolinea. “Non rimarrà l’Italia del bunga bunga berlusconiano ma l’Italia della letteratura, delle storie che danno un insegnamento. Provo a trasmettere una parte di questa nostra meravigliosa cultura, e forse oggi è questo il significato di “cervello in fuga”, non chi scappa per ambizione, ma chi resta fedele ad un’idea di Paese che sembra abbiamo dimenticato”.
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