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Quell’icona del poliziotto colpito a terra e la cultura politica che la genera

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Forse ci voleva uno choc, un’immagine- simbolo; un’emozione fortissima che risveglia sensibilità sepolte nella Ragione collettiva; e rabbie assopite nello spirito pubblico, nelle prudenze a cui cerchiamo di ancorare pulsioni e riflessi condizionati persino noi che cerchiamo di descrivere e analizzare con l’imperativo della compostezza. Ma l’icona della divisa calpestata a Torino, del giovane poliziotto a terra colpito e ferito con spietatezza da tanti delinquenti in panni di manifestanti, abbatte cautele, precauzioni, inviti ad algide pacatezze. Di queste violenze ne risponderanno i responsabili materiali, autorità giudiziaria volendo e permettendo; del che dubito. Non bastano nemmeno le parole che sono scese stavolta dal Colle.

Basta distinguere tra bruti e pacifici: gli organizzatori rispondano delle violenze

Ma è arrivato il momento che delle violenze rispondano quanti organizzano certe manifestazioni – come quella convocata contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna – i quali non possono non sapere, non prevedere come finirà, volta per volta. Non si può fare più distinzione tra i “pacifici” e i “ferini”: i primi sanno che “dentro” ci sono i secondi. Rispondano finalmente delle città messe a ferro e a fuoco i promotori che accettano il rischio, chi sa come andrà a finire; chi accetta, tollera, che quasi ogni manifestazione includa violenti e violenze, come filiazione inevitabile; chi non controlla i “propri” eventi, chi non ci evita lo storytelling del corteo, che non “degenera” ma “genera” la guerriglia: i pezzi che “si staccano” e vanno a distruggere, a colpire, beni e corpi. Ne risponda anche la “cultura” a monte e il suo club di cattivi maestri, la comunicazione bifronte che è di condanna “essoterica” per il discorso pubblico, per i tiggì, per la chiacchiera televisiva, sul filo del “sì, ma”; ma che è sempre abbinata al codice “esoterico”, al messaggio implicito, rassicurante, alla propria area vasta, ai militanti delle affinità “ideologiche”, ai centri sociali resistenti, ai “compagni che sbagliano”, autorizzati a sbagliare. E a non pagarne il prezzo.

Basta doppiezza e simulazione nel mondo progressista

Non credo a certe prese di distanza. No, non ci credo. Sono quasi sempre esercizi di doppiezza, di dissimulazione. Il mondo progressista, la magistratura progressista, gli intellettuali progressisti, le forze politiche progressiste devono rompere con ogni postura di complicità morale; di oggettiva responsabilità. E la destra che guida il governo della Repubblica deve costringere la “rive gauche” a compiere la “rupture”, a tornare alla severità statuale del Pci degli anni di piombo; a recuperare quel retroterra che, a sua volta, poteva specchiarsi in una destra parlamentare inflessibile con ultra ed extra alla sua “destra”. Questa sarebbe la vera svolta della sinistra sulla sicurezza.

Un Sì nel referendum come segnale forte alla sinistra politica e giudiziaria

Ma dubito che questa svolta possa esserci: con questa classe dirigente, con questa “left” dall’estetica saltellante e gruppettara; dalla missione escatologica del disarmo di ogni divisa, dalla giustificazione sociologica fissata sul reo. Bisognerà aspettare che questo ceto politico “red” venga messo in crisi. Dai cittadini: sono gli italiani che devono mandare un segnale forte alla “gauche” politica, culturale; e giudiziaria; lo possono fare da qui a poco, nella elezione di midterm nella quale “di là” – da Franceschini che l’ha teorizzata, a Vendola che ne fa scudo delle proprie contraddizioni – hanno trasformato il referendum sulla giustizia. Ci sia un forte Sì, pure contro la legalità malata che assolve e si assolve troppo spesso; e lascia indifesi i ragazzi in uniforme. E tutti noi.

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