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Январь
2026

Anni Novanta: quando la musica era un modo di stare dentro le cose

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Parlo spesso degli anni Ottanta perché le sonorità a cui torno, istintivamente, vengono da lì. Sono quelle che sento più mie. Ma questo non esclude altro. Gli anni Novanta, per esempio: il decennio in cui mi sono sentito nel posto giusto, al momento giusto. In Italia, poi… il rock (e non solo) mica si limitava a scimmiottare ciò che succedeva altrove: si reincarnava, senza sfigurare.

“Madonna santa, quanta musica girava”.

Qualche giorno fa la notizia del ritorno dei C.S.I. mi ha riportato dritto lì, ne ho scritto. Non come operazione nostalgia, ma come corto circuito. Due giorni in macchina con loro in loop. A riascoltare, a riassaporare atmosfere. A parlare (e cantare) da solo, come quelli che vedi al semaforo e pensi che non ci stiano dentro con la testa.
Cose tipo: “Questa in concerto la dovranno pur fare. Se non la fanno, mi incazzo”. Altri pensieri, magari più indulgenti: “Sogno che aprano con Unità di Produzione… se poi mi cominciano con A Tratti, va bene lo stesso”.

“Insomma, quella roba lì”.

Ma gli anni Novanta non erano solo Ferretti e soci. Sarebbe troppo facile ridurli a una sola traiettoria. Le coordinate di quel periodo disegnavano un sistema complesso ma leggibile. I Marlene Kuntz, per esempio: dove li mettiamo? Visti non so quante volte dal vivo. E cosa vuoi dire di Cristiano Godano e compagni? Poco, perché hanno già detto tutto loro, scrivendo pagine che restano. Catartica e Il Vile ancora oggi gridano vendetta, anche se ridurre tutto a quei due dischi non rende giustizia alla carriera del gruppo piemontese.

Per quanto possa sembrare banale, tornare agli anni Novanta significa tuffarsi in un mare di ricordi stampati come fotografie. Immagini segnate dal tempo, vagamente ingiallite, ma vere. A fuoco.

Eccovi nove istantanee di quell’epoca. Nove fotografie, per restare fedeli al diktat di questo blog.
Vediamo quante vi risuonano addosso.

1. Palco basso. Luci sbagliate. Nessuno che finge
2. Fila al botteghino. Contanti in mano, alla conquista del biglietto
3. Chitarre grattugiate. Sangue nelle dita
4. Niente pit. Tutti stretti. Appassionatamente
5. TDK C90. Nastro mangiato e la “Bic” salvifica. Direzione concerto
6. Club, palazzetti, stadi. Una costante: il fumo, non solo di sigarette.
7. Birra. Sudore. Energia pura
8. Ultima birra sul cofano della macchina con la musica a palla
9. Essere lì. Corpo e testa. Esattamente lì

Tutto questo succedeva intorno a una cosa soltanto: la musica. Un movimento continuo e irregolare, fatto di contaminazioni; tra fratture e tentativi. Rock, elettronica, canzone d’autore, rumore. Un caleidoscopio cangiante, fuori controllo, la cui rifrazione illuminava l’unica via possibile: quella del fare. Non perché qualcuno avesse deciso che dovesse andare così, ma perché in quel momento sembrava l’unico modo per restare dentro le cose.

“E dentro quelle cose, in Italia, ci stavano in tanti”.

Te ne cito alcuni che, nel mio caso, hanno fatto la differenza — ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo: C.S.I., Marlene Kuntz, Scisma, La Crus, Fluxus, Verdena, Üstmamò, Mira Spinosa, Il Santo Niente, Bluvertigo, Disciplinatha, Afterhours, Massimo Volume, Assalti Frontali.
Ma sono molti di più quelli che andrebbero citati: non me ne vogliano i dimenticati.

Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive davvero. A questo scritto è collegato anche un post che sta viaggiando: ricordi, frammenti, testimonianze. Un dibattito continuo che spesso sorprende. E sì: se ne leggono di tutti i colori.

Buon ascolto e buona lettura.

9 Canzoni 9 … degli anni 90

L'articolo Anni Novanta: quando la musica era un modo di stare dentro le cose proviene da Il Fatto Quotidiano.






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