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Israele mobilita l’esercito per recuperare un solo corpo mentre migliaia di palestinesi restano insepolti

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Per recuperare un solo corpo (giustamente, va detto, perché il recupero dei corpi è doverosi) l’esercito israeliano ha mobilitato una flotta di carri armati, droni e quelli che i residenti hanno descritto come “robot esplosivi”.

Hanno trasformato un quartiere in una “kill zone”, dissotterrato circa 200 tombe palestinesi e lasciato sul terreno quattro civili morti.

L’obiettivo di questo spiegamento di forza era Ran Gvili, un poliziotto israeliano ucciso oltre due anni fa, l’ultimo cittadino israeliano rimasto a Gaza dopo più di due anni di quella che molti definiscono una guerra genocida contro l’enclave assediata.

Il recupero del suo corpo, avvenuto lunedì, è stato celebrato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come un trionfo di determinazione. Ma a pochi metri dal punto in cui i resti di Gvili venivano estratti con cura, persiste una realtà completamente diversa e agghiacciante.

Secondo il Comitato nazionale per le persone scomparse, più di 10.000 palestinesi restano sepolti sotto le macerie di Gaza, in decomposizione silenziosa, senza nome né identità. Le famiglie piangono i loro cari scomparsi, presumibilmente morti, senza alcuna possibilità di chiudere il lutto.

Per loro non ci sono robot esplosivi che aprono la strada, né squadre forensi che arrivano in aereo per identificarli, né un’indignazione globale che ne pretenda il recupero. I media internazionali non si affrettano a dare la notizia.

La profanazione del cimitero di al-Batsh, nel quartiere Tuffah di Gaza City, è diventata un simbolo crudo di un doppio standard mortale: un mondo in cui un solo cadavere israeliano mobilita un esercito, mentre migliaia di corpi palestinesi vengono trattati come parte del paesaggio apocalittico devastato.

Una “kill zone” intorno alle tombe

Khamis al-Rifi, giornalista di Gaza che ha raccontato l’operazione dal perimetro dell’incursione, ha descritto l’enorme dispiegamento di forza usato per isolare l’area.

«È cominciato con robot esplosivi e raid aerei che aprivano la strada ai carri armati», ha raccontato ad Al Jazeera. Avvicinarsi al cimitero era impossibile: i carri armati imponevano un perimetro letale, sparando contro qualsiasi cosa si muovesse.

Dalla sua posizione vicino alla “Linea Gialla”, la zona cuscinetto autoproclamata da Israele all’interno di Gaza, al-Rifi ha parlato di un “muro di fuoco” creato da artiglieria ed elicotteri per proteggere le unità del genio militare. All’interno di questa zona sigillata, testimoni e video emersi successivamente mostrano che le forze israeliane hanno passato due giorni a rivoltare la terra.

«Hanno dissotterrato circa 200 tombe», ha detto al-Rifi. «Hanno estratto i martiri, li hanno esaminati uno a uno finché non hanno trovato il corpo [israeliano]».

La disparità è apparsa ancora più evidente dopo. I resti di Gvili sono stati trasportati in aereo per una sepoltura dignitosa in Israele. I corpi palestinesi, invece, sono stati abbandonati alle ruspe.

«Quando i cittadini sono tornati nell’area dopo il ritiro, hanno trovato i martiri rimessi nelle tombe alla rinfusa, ricoperti di sabbia dai bulldozer», ha raccontato al-Rifi. «Alcuni corpi erano ancora visibili in superficie».

«Il più grande cimitero del mondo»

Mentre Israele ha usato tecnologie satellitari e laboratori del DNA per chiudere il capitolo del suo poliziotto scomparso, alle famiglie palestinesi viene negata persino la possibilità di disporre di macchinari di base per scavare.

Alaa al-Din al-Aklouk, portavoce del Comitato nazionale per le persone scomparse, ha dichiarato lo scorso novembre che Gaza è diventata «il più grande cimitero del mondo».

«Questi martiri sono sepolti sotto le macerie delle loro case, senza che venga preservata neppure l’ultima dignità», ha affermato, denunciando la «ingiustizia mortale» di una comunità internazionale pronta a mobilitare risorse per i prigionieri israeliani ma che blocca l’ingresso delle attrezzature civili pesanti necessarie a recuperare le vittime palestinesi.

Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, ha dichiarato lunedì che, pur rispettando il diritto di ogni famiglia a seppellire i propri morti, il contrasto è ineludibile: «La mancanza di pari trattamento, la mancanza di rispetto per i palestinesi come esseri umani uguali agli altri, è davvero sconcertante».

Un costo pagato nel sangue

L’amara ironia di questa operazione israeliana è che ha prodotto nuove vittime. Martedì mattina, mentre i residenti si avvicinavano al cimitero profanato per controllare le tombe dei propri cari, il fuoco israeliano ha colpito di nuovo.

«Quattro martiri sono caduti nell’area questa mattina», ha detto al-Rifi, precisando che uno di loro, il suo parente Youssef al-Rifi, si era semplicemente recato lì per vedere i danni.

Nel tentativo di chiudere una ferita che segna la psiche nazionale israeliana dall’ottobre 2023, Israele ha aperto nuove tombe nel 2026. L’operazione è un microcosmo sinistro dell’intera guerra: la sacralità della vita e della morte di una parte viene affermata a costo assoluto di quella dell’altra.

L'articolo Israele mobilita l’esercito per recuperare un solo corpo mentre migliaia di palestinesi restano insepolti proviene da Globalist.it.






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