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“Censura social a Barbero sul referendum, il governo cosa intende fare?”: l’interrogazione a Meloni. Ecco perché le regole di Meta non valgono per i politici

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Il caso del fact checking al video di Alessandro Barbero in cui il professore spiega i motivi del suo No e che ha generato il suo oscuramento sui social di Meta, ha riportato una luce un grosso paradosso: se Barbero viene sottoposto – discrezionalmente – ad analisi dei fatti perché il contenuto stava diventando troppo virale, condiviso da centinaia di migliaia di persone e pagine, lo stesso non può essere fatto per gli esponenti politici.

Le restrizioni

Secondo le regole di Meta sul fact checking, infatti, “i discorsi diretti dei personaggi politici (comprese le inserzioni)” non sono idonei “all’analisi da parte dei partner di fact-checking indipendenti”. Meta sostiene che gli elettori debbano poter vedere direttamente cosa dicono i loro rappresentanti e valutarlo autonomamente, senza interventi editoriali dell’azienda.

Contenuti radioattivi

Matteo Salvini o Giorgia Meloni o anche Elly Schlein potrebbero sostenere il Sì o il No con le stesse argomentazioni di Barbero o con argomentazioni completamente false senza essere sottoposti allo scanner del fact checking e i loro contenuti sarebbero liberi di circolare senza restrizione alcuna, a esclusione di alcune circostanze: “In alcuni casi – spiega infatti Meta – la valutazione dei nostri partner di fact-checking avrà un effetto sui personaggi politici. Se un personaggio politico condivide un contenuto creato da terzi (ad es. un link a un articolo, una foto o un video che è già stato smentito su Facebook e Instagram), mettiamo in secondo piano il contenuto, mostriamo un avviso e rifiutiamo di includerlo nelle inserzioni”. Dunque, una volta “etichettato” il contenuto diventa radioattivo per un politico che volesse ricondividerlo.

I fact ceckers

La decisione è stata presa dalla piattaforma nel 2019 dopo anni complicati per l’azienda: dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il caso Cambridge Analytica, Facebook viene accusata di aver facilitato disinformazione politica e di operare come un editore senza assumersene le responsabilità. Invece di introdurre totale libertà d’espressione, tra il 2017 e il 2018 introduce il programma di fact-checking di terze parti: le analisi sono affidate a organizzazioni terze (come Open per l’Italia), certificate da altre organizzazioni terze e indipendenti. Vengono forniti strumenti per segnalare e anche per fare ricorsi. L’obiettivo è tracciare e rimuovere i contenuti (e le reti) di disinformazione. Al tempo stesso, Meta si impegna in una maggiore trasparenza sulla pubblicità e le inserzioni (quindi a pagamento) politiche.

L’esclusione dei politici

A inizio dello scorso anno Mark Zuckerberg pareva voler ridurre il sistema di controllo (con la contrarietà di Bruxelles e delle norme dei suoi regolamenti) ma non è ancora arrivata nessuna decisione definitiva. Nel 2019, tuttavia, l’azienda per evitare che le etichette dei fact checker fossero lette come una presa di posizione politica, e di essere accusata di interferenza elettorale, ha deciso di escludere dai fact checking i leader politici e le loro dichiarazioni indipendentemente, nel loro caso, da quanto siano virali i contenuti. Viralità che, oltretutto, non è misurabile in dati oggettivi.

Un problema di pluralismo

Sul caso Barbero, intanto, senatori dem hanno depositato una interrogazione al governo: “Nei giorni scorsi la piattaforma Facebook ha ridotto la visibilità di un video di rilevanza pubblica – si legge – e tale limitazione sarebbe stata disposta a seguito di un intervento di fact-checking che ha etichettato il contenuto come “falso” o “fuorviante”, con conseguente penalizzazione algoritmica della sua diffusione, proprio mentre il video risultava ampiamente condiviso e discusso”. La riduzione della visibilità di un contenuto politico o di interesse civico, specie in una fase referendaria – scrivono Francesco Boccia e Antonio Nicita, rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo Pd al Senato – “produce effetti sostanzialmente assimilabili a una limitazione del pluralismo informativo e del libero confronto democratico” e che “decisioni di questo tipo, assunte unilateralmente da soggetti privati che controllano piattaforme digitali di dimensione sistemica, pongono un problema di trasparenza, proporzionalità e garanzie procedurali, anche alla luce degli obblighi previsti dal diritto europeo in materia di servizi digitali”. I senatori sottolineano la poca chiarezza dei criteri adottati e degli strumenti di ricorso tempestivo messi a disposizione dell’autore e degli utenti. Chiedono quindi al Governo se “ritenga compatibile con i principi democratici che una piattaforma privata possa incidere in modo così significativo sulla circolazione di contenuti politici durante una campagna referendaria” e quali “iniziative intenda assumere, anche attraverso le autorità competenti nazionali ed europee, per verificare il rispetto degli obblighi di trasparenza, motivazione e proporzionalità previsti dalla normativa europea sui servizi digitali” anche promuovendo regole più stringenti a tutela del pluralismo informativo.

L'articolo “Censura social a Barbero sul referendum, il governo cosa intende fare?”: l’interrogazione a Meloni. Ecco perché le regole di Meta non valgono per i politici proviene da Il Fatto Quotidiano.






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