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Controllo o responsabilità? il dilemma della cybersecurity

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Questa settimana l’ispirazione me la fornisce l’amico Lorenzo che mi ha segnalato l’uscita del Global Cybersecurity Outlook 2026 del World Economic Forum che senza dubbio merita un commento. Nel 2026 sembra che proprio tutti si siano finalmente accorti che il nemico non bussa più alla porta, ma si è già accomodato in salotto. Non ha la faccia dell’hacker geniale, ma la forma dell’errore interno, della scorciatoia, del “faccio prima”, del prompt scritto male, dell’automatismo a cui affidiamo contesto e intenzione come se fossero moneta spicciola. Così l’AI non è più soltanto l’arma dell’avversario: è la nostra protesi cognitiva e come ogni protesi, se la usi senza disciplina, ti fa inciampare proprio mentre ti senti più stabile.

Dentro questo cambio di scena, un dettaglio apparentemente tecnico suona come una svolta economica: la frode supera il ransomware nella percezione di chi guida le aziende. È un sorpasso narrativo prima ancora che statistico. Il ransomware era violento, teatrale: blocco, ricatto, danno evidente, sirena accesa. La frode è silenziosa: imitazione, persuasione, sottrazione graduale. Non distrugge il sistema: lo convince. È la guerra che smette di assomigliare a un sabotaggio industriale e diventa un’economia dell’inganno, fatta di piccole firme messe dove non andavano messe e di pagamenti eseguiti “perché sembrava tutto giusto”. Qui la sicurezza non è più soltanto protezione dei sistemi: è protezione del senso. Il problema non è che qualcuno entra: è che qualcuno parla con la tua voce e tu gli credi.

Poi c’è la geopolitica, che nel report appare quasi normalizzata. Pesa meno nelle decisioni esplicite, ma resta il fattore dominante. Non è un arretramento, ma una naturalizzazione: la guerra cyber non è più un evento, è una condizione ambientale, come il clima o l’inflazione. Quando una minaccia non fa più notizia, significa che è diventata struttura e le organizzazioni, invece di prepararsi alla guerra, ci lavorano dentro, come chi si abitua al rumore della tangenziale: a forza di sentirlo, smette di sentirlo.

In questo paesaggio, l’illusione più pericolosa ha un nome rassicurante: resilienza. Cresce la fiducia, ma crescono anche i danni reali. È una dissonanza cognitiva e organizzativa: “siamo più maturi” mentre il sistema diventa più fragile. La resilienza rischia di trasformarsi in autonarrazione, una liturgia moderna fatta di policy, framework e KPI che producono senso di controllo, ma vero controllo. È come indossare un paracadute nello zaino e sentirsi pronti al salto senza aver mai controllato se si apre. E quando finalmente salti, scopri che il problema non era il vento, ma la zip.

La supply chain, intanto, è il grande racconto dell’interdipendenza negata. Tutti sanno che il rischio c’è, pochi lo mappano davvero, quasi nessuno lo simula con serietà. Continuiamo a parlare di sicurezza come attributo della singola organizzazione, mentre il mondo reale funziona come sistema di sistemi. Il risultato è una fragilità elegante: architetture sofisticate e punti di collasso banali. E su questo si innesta una frattura che il report lascia emergere con chiarezza: la cyber inequity. Non più soltanto Nord e Sud, ma protetti ed esposti. Alcuni vivono in un cyberspazio difeso, automatizzato, ridondante; altri in uno predatorio, dove ogni attacco è esistenziale. Non è solo ingiustizia: è vulnerabilità sistemica, perché un ecosistema è forte quanto il suo nodo più debole, anche quando finge di non conoscerlo.

Se mettiamo insieme i fili, la metanarrazione è una sola: stiamo passando dall’illusione del controllo alla necessità della responsabilità. Responsabilità nell’uso dell’AI, nella gestione dell’informazione, nella formazione delle persone, nella consapevolezza delle conseguenze sistemiche. La cybersecurity non è più una tecnologia: è una forma di governo del possibile. Il futuro non fallirà perché il nemico sarà più forte, ma perché il racconto con cui ci pensiamo al sicuro sarà illusorio.






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