Tornerei anche gratis a fare il medico in Calabria: ma, caro Occhiuto, manca pure l’ospedale
di Angelo Bianco
Caro on. Occhiuto, Lei mi offende, due volte.
Io sono a tra quanti lei ha destinato il suo accorato appello “medici calabresi, tornate, vi pagheremo di più”, io sono un medico calabrese, emigrato al nord. Riducendo la risoluzione del problema della sanità calabrese con l’offerta di una questua, quasi fosse la réclame di “due al prezzo di uno”, lei mortifica il professionista, che non è un mercenario, e il calabrese, che non è un traditore.
Onorevole, lei, così, ha offeso due piccioni con una fava, assai indigesta, e dimostra di non capire le ragioni della disaffezione dei medici (e non) calabresi per la Terra che lei amministra o, forse, le fa più comodo far finta di non capire. Lei è un politico di lungo corso, preferisce buttare la palla in tribuna, fa melina, la sanità è una partita difficile, un pareggio le fa sempre comodo, piuttosto, che giocare, veramente, per vincere, rischiando la sconfitta.
Lei fa finta di non capire che io in Calabria ci tornerei gratis, non ho davvero bisogno di un set di pentole o un completo di lenzuola matrimoniali per convincermi a tornare al mio paese. Non è il vil denaro, che secondo lei tutto muove, che mi rimetterebbe sul treno del Sud per far ritorno a Paola e, poi, di corriera fino ad Acri, al mio Ospedale. Mi perdonerà, ho 59 anni, sono andato via dalla mia terra che ne avevo 18, quando parlo del mio paese mi assale la nostalgia canaglia.
Che stupido che sono, ha ragione, non c’è più il treno del sud, adesso c’è l’alta velocità, anzi no, c’è l’Inter city, in ritardo.
E non c’è più la corriera, ci sono i bus a due piani di Salvini, anzi no, c’è da sperare che un mio amico mi venga a prendere alla stazione, molti trasporti interregionali sono stati soppressi. E, soprattutto, non c’è manco più l’ospedale, il Beato d’Angelo di Acri.
Adesso c’è qualcos’altro, lo hanno chiamato con un aggettivo diverso di volta in volta, a mescolare le carte, illudendo la forma, depauperando la sostanza, medico dopo medico, reparto dopo reparto: bisognava ottimizzare ma vandalizzare rende meglio il concetto. Era prima l’ospedale di “zona montana” che non ho mai capito perché lo si volesse specificare, Acri lo è un paese montano, forse, era per suggellare una metafora, un avvertenza perché ogni servizio si dovesse ottenere come al termine di una scalata di montagna, è pari fatica.
È Diventato poi Spoke di “zona disagiata” e questo mi è più facile capirlo, è intuitivo. Il mio ospedale era il nostro vanto, assistenza e cura erano assicurata a tutti, dal colpo della strega al resto. Adesso, al bisogno c’è da portare anche la scopa alla fattucchiera, altrimenti rimane seduta, in attesa, al PS, c’è rimasto solo quello.
Caro governatore, lei crede davvero che un medico calabrese possa essere attratto da trenta denari in più? Questa è la somma, si questa metaforica, con la quale avete tradito la nostra speranza di ritornare con indosso il nostro bel camice bianco, quando sentivamo il capostazione gridare “Paola, stazione di Paola”.
Avete saccheggiato ogni lira e poi ogni euro, favorendo le nomine politiche, sacrificando il merito, umiliando la dignità civica, elevando “il favore” a legge, la conoscenza a passepartout per aprire le porte del bisogno, del lavoro, del dolore, di chi è costretto a lunghe attese per un esame che non può aspettare, salvo attingere al privato, ma non tutti, poi, possono permettersi un cardiochirurgo di fiducia, lei questo, almeno, lo sa, lei ha potuto.
La Calabria, oggi, non è attrattiva a nessun prezzo perché abbiamo perso la speranza che possa cambiare per quella che vorremmo fosse, legale, morale, meritocratica, capace, giusta e le ultime elezioni passerella ne sono la prova, tra chi ha vinto e che non poteva perdere, e chi non ha vinto ma ha perso due volte andando via. Onorevole, la smetta di imbonirci con promesse da Eldorado city, non c’è oro nel nostro mare, l’unica cosa di valore che ha dato sono i bronzi di Riace, poi, solo tante, troppe, facce di bronzo ma non hanno lo stesso valore.
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