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«In Iran non c’è più nulla da perdere. Pahlavi è un simbolo, ma c’è chi nega la realtà per motivi ideologici». Parla Mojdeh Karimi

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Le immagini che arrivano dall’Iran sono difficili da archiviare come semplice cronaca. Corpi di giovani manifestanti chiusi in sacchi neri, portati via di notte, famiglie ridotte al silenzio. Non è solo repressione: è il funzionamento ordinario di un sistema di potere che da quasi mezzo secolo governa attraverso l’occultamento, la paura e la cancellazione delle prove. Il Secolo d’Italia ne parla con Mojdeh Karimi, attivista iraniana in Italia e vicepresidente dell’associazione Italia-Iran.

Quanto è dura oggi la repressione in Iran?

«La repressione è totale, ma i numeri reali non li conosciamo e non li conosceremo finché il regime resterà in piedi. Esiste una censura strutturale e una paura diffusa che spinge le famiglie a nascondere i propri morti. È già successo nelle rivolte precedenti. La brutalità della Repubblica islamica si misura proprio in questa opacità: cancella le tracce prima ancora delle persone».

Siete riusciti a contattare le famiglie delle vittime o giovani rimasti in Iran, nonostante il blocco di internet?

«Pensi che non riesco a sentire i miei genitori, le mie sorelle, nessuno. Le linee sono interrotte. Attraverso reti informali e la diaspora raccogliamo testimonianze frammentarie, spesso incomplete. È una condizione di stress continuo: non dormiamo, non mangiamo, ma continuiamo perché sentiamo il dovere di amplificare una voce che in Iran viene sistematicamente soffocata».

Dopo 47 anni di regime degli ayatollah, siamo davvero davanti a una svolta storica?

«Siamo arrivati a un punto di esaurimento totale. I giovani non hanno futuro, il Paese è economicamente collassato, le risorse sono state dissipate per sostenere gruppi armati. Non esiste più alcun meccanismo interno di correzione o riforma. Questo è il senso dello slogan che arriva dall’Iran: “È l’ultima battaglia”. Non perché l’esito sia scontato, ma perché non c’è più nulla da perdere. E anche il regime, oggi, ha margini sempre più ridotti».

È anche uno scontro di simboli…

«Sì, lo scontro non è soltanto politico o sociale, ma riguarda l’identità stessa del Paese. Da decenni il potere cerca di spezzare il legame tra lo Stato e la storia nazionale, intervenendo prima di tutto sui simboli. L’esempio più evidente è la bandiera, dove l’emblema storico del leone e del sole (Shīr o Khorshīd) — il leone che impugna la spada davanti al sole nascente — è stato sostituito della parola “Allah” (Ndr – sui bordi della bandiera è ripetuta 22 volte la scritta “Allāhu Akbar”, ossia “Dio è grande”), nel tentativo di riscrivere l’identità dell’Iran e reciderne la continuità storica».

Nelle proteste si sente spesso il nome di Reza Pahlavi. Cosa rappresenta oggi?

«Non è una richiesta automatica di ritorno alla monarchia. Reza Pahlavi è diventato un simbolo di unità nazionale. È una figura che ha mantenuto una linea coerente in 47 anni di esilio: accompagnare il Paese verso una scelta libera, che sia una monarchia costituzionale o una repubblica decisa attraverso un referendum. Questo è un punto fondamentale che viene spesso semplificato o distorto».

Venerdì a Roma, al Campidoglio, alcuni manifestanti iraniani con le foto di Pahlavi sono stati contestati con parole forti da certa sinistra. Come interpreta questo episodio?

«Rivela una lettura ideologica che non tiene conto della realtà iraniana. La diaspora è plurale, ma il riferimento deve restare il popolo che vive in Iran, non le dinamiche politiche occidentali. Se migliaia di giovani, a costo della vita, gridano un nome, quel dato politico va ascoltato. In quasi cinquant’anni nessun’altra leadership è riuscita a raccogliere un consenso simile. Le accuse strumentali servono solo a rimuovere una volontà reale».

Lei è vicepresidente dell’associazione Italia-Iran, che lavoro state portando avanti?

«Il nostro obiettivo è portare alle istituzioni italiane ed europee ciò che chiede il popolo iraniano: la fine della legittimazione politica del regime, l’isolamento diplomatico, la revisione degli accordi economici con gli ayatollah. Non basta più la solidarietà verbale. Questo sistema utilizza ogni risorsa contro il proprio popolo. Se ne siamo consapevoli, dobbiamo agire di conseguenza. E l’Iran che oggi scende in piazza lo sa, non ha più paura, il nostro compito è stare al suo fianco».

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