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Groenlandia, ora l’Europa rivendica territori di cui si era semplicemente dimenticata

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di Francesco Vietti*

“Ci serve”, dice Donald Trump della Groenlandia. E Macron, scandalizzato, risponde: “Rifiutiamo il nuovo colonialismo e l’imperialismo americano”. Il che, detto dal presidente della Francia, che non solo è stata una delle principali protagoniste del colonialismo e imperialismo europeo per secoli, ma che tuttora governa direttamente territori d’oltremare che vanno dalla Guadalupa alla Martinica, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, per non parlare della dozzina di stati africani di cui continua a influenzare l’economia e la politica tramite la leva monetaria del Franco CFA… beh, fa francamente sorridere.

In ogni caso, la Francia non ha tardato a inviare a Nuuk 13 soldati francesi che, unendosi ai 15 tedeschi, ai 3 svedesi, ai 2 finlandesi e a qualche altro sparuto milite dei paesi Nato, si candidano a diventare l’avanguardia dei volenterosi chiamati a trasformare i due milioni di chilometri quadri della Groenlandia in un “porcospino d’acciaio” indigeribile per gli appetiti trumpiani.

L’Europa si avvia così ancora una volta a riscoprire e a battezzare come sacri e inviolabili territori di cui si era semplicemente dimenticata. O meglio, su cui aveva coscientemente steso quel velo di pietoso oblio che cela alla vista e al ricordo le nefandezze della sua storia coloniale, con cui evidentemente ancora non riesce a fare i conti. Di fronte alla volontà di conquista statunitense, la Groenlandia ci viene così oggi raccontata come se fosse da sempre e “per natura” europea. La rimozione delle violenze e degli abusi del passato pare colpire in particolare quei piccoli europei che si sono costruiti nel tempo la fama di stati “buoni”, inoffensivi, progressisti e rispettosi dei diritti civili, come il Belgio, i Paesi Bassi o la Danimarca.

Già, perché appunto ciò che rende oggi la Groenlandia un’inalienabile proprietà europea è il suo statuto di Nazione Costitutiva del Regno di Danimarca. Poco conta che Nuuk e Copenhagen distino 3.500 chilometri e che ci vogliano più di cinque ore di volo per collegare le due capitali. O che la Groenlandia sia 50 volte più grande della Danimarca. Quella che fino alla metà del Novecento era una colonia danese e che nell’Ottocento era stata una colonia norvegese, continua a rimanere sotto la “protezione” danese, come ha ben mostrato la premier Mette Frederiksen accorrendo a Nuuk.

Che cosa si omette nel raccontare la generosa premura danese ed europea nei confronti della Groenlandia? Il fatto che fino a ieri, cioè finché Trump non ha rivolto la sua attenzione all’Artico, i groenlandesi erano per gli europei un minuscolo popolo dimenticato agli estremi confini del mondo. E che il trattamento che oggi gli Usa vorrebbero riservar loro è proprio il medesimo che la Danimarca ha efficacemente praticato per decenni.

Sì, perché la Groenlandia è in realtà Kalaallit Nunaat, la Terra dei Kalaallit, una delle popolazioni Inuit discendenti dei Thule, i popoli originari delle zone artiche dell’odierno Canada. Inuit che costituiscono ancora oggi circa il 90% dei 56.000 abitanti dell’isola e che, nel corso dei decenni, come avvenuto in tanti altri contesti coloniali, sono emigrati in buon numero verso la “madrepatria” danese. Qui sono finiti vittime delle più classiche discriminazioni e violenze razziste riservate ai popoli colonizzati, trattati come cittadini di serie B, marginalizzati negli strati più poveri della popolazione, soggiogati dall’alcolismo.

Per avere un’idea di quale fosse la posizione dei groenlandesi nella tollerante società danese degli anni Novanta del XX secolo, basta leggere Il senso di Smilla per la neve, il bel romanzo dello scrittore Peter Høeg, pubblicato nel 1992. Un thriller che ha avuto all’epoca molta fortuna anche in Italia, e che ruota proprio attorno alle due principali forme di violenza attuate dal potere danese in Groenlandia nel corso del Novecento: lo sfruttamento economico delle risorse minerarie da un lato, e l’assimilazione culturale dall’altro.

Fuori dalla finzione del romanzo, e ben dentro invece alla storia giudiziaria, vale la pena ricordare due casi emblematici. Il primo: all’inizio degli anni Cinquanta, una ventina di bambini Inuit groenlandesi furono rapiti dalle autorità danesi, strappati senza consenso alle loro famiglie e condotti in Danimarca per essere rieducati in un “progetto sociale” denominato “Esperimento dei piccoli danesi”, che mirava a renderli “cittadini migliori”: affidati a famiglie danesi, fu vietato loro di parlare la lingua madre e di avere qualunque contatto con le famiglie e la cultura d’origine.

Quando l’esperimento fallì e i giovani furono giudicati disadattati e impossibili da integrare, furono rispediti indietro in un orfanotrofio di Nuuk, dove molti patirono gravi forme di disagio psichico o morirono in giovane età. Solo nel 2022, dopo aver rifiutato per anni di assumersi le sue responsabilità, il governo danese ha presentato le sue scuse ufficiali ai sei “bambini dell’esperimento” sopravvissuti.

Il secondo: tra gli anni Sessanta e Settanta il Regno di Danimarca, seguendo un preciso protocollo governativo, mirò al contenimento della popolazione nativa Inuit groenlandese impiantando illegalmente strumenti di contraccezione su circa 4,500 donne, incluse bambine dai 12 anni in su. Una pratica che ha avuto conseguenze drammatiche, come emorragie interne, aborti spontanei, infezioni, e che è stato possibile denunciare solo cinquant’anni più tardi, grazie al coraggio di una settantina di vittime e della psicologa e attivista per i diritti delle donne groenlandesi Naja Lyberth.

In conclusione: benissimo denunciare l’imperialismo di Trump. Ma che la sua mostrificazione non sia una strategia per coltivare il nostro senso di superiorità morale, continuando intanto a tenere ben chiusi negli armadi i mostri e gli scheletri del colonialismo europeo.

*antropologo

L'articolo Groenlandia, ora l’Europa rivendica territori di cui si era semplicemente dimenticata proviene da Il Fatto Quotidiano.






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