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Tre anni fa l’arresto di Matteo Messina Denaro: “Iddu” e i misteri non chiariti di una lunga latitanza

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Tre anni fa veniva arrestato dopo una lunga latitanza, Matteo Messina Denaro, l’ultimo capo di Cosa Nostra, che sarebbe morto qualche mese dopo a causa del cancro che lo affliggeva. Un successo per le forze investigative e per il governo, mentre restano i misteri sul perché il boss di Trapani sia riuscito, per oltre un trentennio, a sfuggire alla cattura.

La storia di Iddu

Era il 16 gennaio 2023, quando alla clinica “La Maddalena” di Palermo veniva arrestato Matteo Messina Denaro dai carabinieri del Ros.

Il latitante più ricercato di Cosa Nostra si curava per un tumore all’interno di quella struttura sotto il falso nome di Andrea Bonafede. Finalmente aveva un volto, ed era stato consegnato alla giustizia. Nel corso di questi lunghi anni, infatti, in tanti avevano persino ipotizzato che fosse morto o che fosse in chissà quale parte del mondo. Invece era nascosto proprio a Campobello di Mazara, tra la gente, a pochi chilometri dalla sua Castelvetrano, all’interno di un tessuto sociale che ha saputo proteggerlo e creare barriere impenetrabili. Morirà nel settembre del 2023 a L’Aquila.

Subito dopo l’arresto, i carabinieri hanno trovato all’interno dei covi alcuni diari appartenenti proprio al boss. Sono stati scritti nell’arco di tredici anni – dal 2003 al 2016 – e racchiudono i pensieri più intimi di “Diabolik” indirizzati alla figlia ma anche alle sue amanti. Ci sono anche foto del boss all’interno, come quella di fronte all’arena di Verona datata 2006 in cui appare con occhiali da sole e vestiti firmati. Mancano invece i nomi delle persone che lo hanno aiutato nel corso di questi 30 lunghi anni di latitanza, come anche i nomi dei luoghi in cui si è nascosto. Tre anni dopo l’arresto, continuano ad esserci ancora molte zone d’ombra dietro la latitanza di uno dei boss più ricercati d’Italia.

Una lunga storia criminale

Capo indiscusso del mandamento di Castelvetrano e della mafia nel trapanese, Iddu(lui), come era chiamato nel gergo mafioso, era considerato uno dei boss più importanti di tutta Cosa nostra, avendo esercitato le proprie attività criminali anche oltre i propri confini territoriali.

Nel 1993 era stato inserito nella lista dei dieci latitanti più ricercati al mondo, rimanendo tale per quasi 30 anni fino al giorno del suo arresto.

Nel primi mesi del 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Su ordine di Riina, Messina Denaro partecipò alla faida mafiosa di Alcamo, conclusasi con un centinaio di uccisioni e “lupare bianche” contro il clan stiddaro dei Greco, e nel luglio del 1992 fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi.

Indagini sempre aperte

Le indagini della Procura di Palermo continuano. Sono stati già identificati e in parte condannati diversi fiancheggiatori del boss trapanese. I magistrati cercano di capire come sia stato possibile che Messina Denaro abbia potuto per oltre 30 anni sfuggire agli arresti, quali coperture ci siano state e dove sia il suo patrimonio, considerato ingente.

 

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