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Trump non vuole ridistribuire ricchezza per la classe media Usa: gli servono più risorse e se le andrà a prendere

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di Manfredi Mori

L’impero statunitense abbandona l’approccio neocoloniale basato su seduzione culturale e investimenti che ha caratterizzato la sua azione esterna a partire dal secondo dopoguerra per abbracciare, per la prima volta nella sua storia, il colonialismo puro. Per trent’anni il “poliziotto del mondo” ha dominato il pianeta con la carota e con la spada, per quanto ci riguarda con la carota, anzi, più recentemente col cetriolo. Ma, vedendo come è andata agli altri, forse ci è andata bene così.

Le scampagnate criminali in Medioriente del nostro padrone (anche dette guerre di esportazione della democrazia) a cui noi europei abbiamo partecipato con inspiegabile entusiasmo sono state principalmente una scomposta dimostrazione di forza, di capacità di proiezione globale. Nonostante abbiano arricchito molti tycoon dell’industria delle armi non hanno ottenuto nessun beneficio strategico per gli Stati Uniti, anzi. La Brown University stima che il carnaio in Iraq e Afghanistan sia costato allo Zio Sam oltre otto trilioni di dollari: una cifra inimmaginabile. Senza contare l’imbarazzo del dover giustificare al mondo intero, ma specialmente a quello “libero”, le mani sporche del sangue di quasi 1 milione di persone e l’assenza totale di armi di distruzione di massa.

Oggi assistiamo a un’azione esterna statunitense molto più a fuoco, e per questo, forse, ancora più spaventosa. L’amministrazione Trump si trova a dover fare i conti con i problemi di un’economia tardo capitalista in cui la concentrazione di ricchezza e l’aumento dell’iniquità stanno strangolando lavoratori, classe media e piccola impresa. L’ascensore sociale si è fermato, la povertà dilaga, l’overdose da fentanyl nel 2025 ha mietuto più di 75.000 vite. Il sogno americano, pilastro dell’ideologia dell’impero statunitense, vacilla sotto l’impietosa violenza dell’avidità degli operatori di mercato.

Ma Trump non ha nessuna intenzione di aprire una fase di riforme volte a ridistribuire la ricchezza nel paese. Niente tasse sui grandi capitali e sulle grandi fortune, nessun aumento strutturale della spesa pubblica federale, nessuna riforma del welfare del paese. Senza colpire i grandi capitani d’industria, suoi compari, con gli strumenti ordinari di politica economica e monetaria non può farcela: la coperta è corta. A partire dal 2016 le spese per sanità, previdenza sociale e interessi sul debito hanno sistematicamente superato le entrate fiscali. Dal 2023 al 2025 il deficit americano è stato stabilmente intorno al 6% del Pil, una percentuale che nella storia americana dopo la seconda guerra mondiale si è raggiunta e superata solo cinque volte: dopo la crisi finanziaria del 2008 (dal 2009 al 2011) e durante la pandemia (2021 e 2022).

Nonostante il tentativo di stimolare l’economia con riforme fiscali espansive a debito come l’Obbba (One Big Beautiful Bill Act) per sostenere la domanda interna e garantire i livelli minimi di welfare in modo strutturale, senza varare serie manovre redistributive, servono più risorse, più terra, più petrolio, più gettito fiscale. E bisogna andarsele a prendere. La base elettorale di Trump appartiene all’America profonda, alla “cintura arrugginita” del depresso Midwest e pretende il benessere degli anni del boom economico, vuole una nuova “età dell’oro” e Trump gliela darà, letteralmente, aprendo la corsa alle risorse strappate ai vicini: a partire da Venezuela e Groenlandia.

L’approccio neocoloniale basato sulla seduzione – investimenti, fast food, musica pop, cinema hollywoodiano, blue jeans (e basi militari sconosciute ai più) – è finito. L’approccio colonialista puro che mira al controllo diretto dei mezzi produttivi attraverso occupazione e dominio politico è appena cominciato.

Se questo nuovo corso, che segna un ritorno alle politiche imperialiste dei primi del ‘900, avrà successo lo vedremo presto; intanto, i leader delle (im)potenze europee restano, ancora una volta, farfuglianti, con il cetriolo in mano.

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