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La croce degli esercenti: le commissioni sui pagamenti digitali

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La croce degli esercenti: le commissioni sui pagamenti digitali 

  Dal 2022 il POS è obbligatorio per quasi tutti gli esercenti e professionisti italiani, con sanzioni in caso di rifiuto.    

Dal 1° gennaio 2026 scatterà un ulteriore vincolo: il POS dovrà essere collegato alla cassa fiscale per la trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate.   

 Non è più una scelta, è un requisito normativo.  

  Ma cosa sono gli strumenti di pagamento digitali?  

 Gli strumenti di pagamento digitali sono sistemi che utilizziamo tutti i giorni e che consentono di trasferire denaro senza l’uso di contanti, sfruttando tecnologie elettroniche e reti informatiche.  

Tra i più diffusi conosciamo tutti le carte di credito e debito (Visa, Mastercard, ecc.) i wallet digitali (Apple Pay, Google Pay), ma anche i sistemi di pagamento online (PayPal, Stripe, etc).  

 Questi strumenti hanno effettivamente rivoluzionato il modo in cui consumatori e imprese gestiscono le transazioni, garantendo sicurezza, tracciabilità e comodità. 

Sono diventati indispensabili in un contesto di crescente digitalizzazione e riduzione dell’uso del contante.  

Ora arrivo il grande “MA”  perchè alla fine c’è sempre qualcuno che non è contento.  

Si tratta degli esercenti che in tutto questo processo pagano il prezzo più alto ossia commissioni bancarie su ogni pagamento. Ma analizziamo meglio.  

Ogni volta che un cliente paga con carta o wallet digitale, il commerciante sostiene un costo chiamato commissione di transazione. Questo costo non è unico, ma il risultato di più voci:  

  

  • Interchange fee: quota che va alla banca che ha emesso la carta del cliente.  
  •  Assessment fee: percentuale destinata ai circuiti (Visa, Mastercard, ecc.).  
  •  Commissione del processore: il provider che gestisce il pagamento applica la sua tariffa, che può essere per transazione, mensile o mista.  
  •  Altri costi: gateway per e-commerce, canoni minimi, spese di setup, costi per chargeback.  

  

In sintesi, ogni pagamento digitale è un micro-costo che, sommato a tutto il resto, incide sui margini finali del commerciante.  

   

Perché queste commissioni sono importanti?  

  •  Impatto sui prezzi: il commerciante deve assorbire il costo o aumentare i prezzi.  
  •  Variabilità: le commissioni cambiano in base al tipo di carta, alla modalità (online/offline) e al settore.  
  •  Negoziazione possibile: alcune voci sono fisse (es. interchange), altre si possono trattare con il provider.  
  •  Rischio frodi: i chargeback non solo restituiscono l’importo, ma aggiungono costi extra.  

Il nodo polemico: il costo invisibile dei pagamenti digitali  

Immagina la scena che probabilmente vedi ogni giorno: entri in un bar, ordini un caffè, paghi con la carta.  

Un gesto semplice, veloce, che ormai diamo per scontato e che riteniamo essere un diritto di chi consuma in un’attività. Per te, cliente, è “gratis”: nessun sovrapprezzo, nessuna commissione visibile. Ma dietro quel pagamento si nasconde un costo che qualcuno deve sostenere. E quel qualcuno è il commerciante.  

 Trasparenza a senso unico? 

 Lo Stato impone alle banche di comunicare in modo chiaro i costi dei servizi finanziari: canoni, tassi, spese di gestione.  

Ma quando si tratta di pagamenti digitali, la trasparenza si ferma a metà strada.  

Il commerciante non è obbligato a dichiarare quanto paga per ogni transazione elettronica. E non perché non voglia, ma perché la normativa glielo impedisce: in Italia è vietato applicare un sovrapprezzo per coprire le commissioni.  

 Il risultato?  

 Il consumatore vive nell’illusione che il pagamento digitale sia gratuito o che abbia un impatto molto basso sul commerciante che invece subisce costi invisibili che erodono i margini, soprattutto sui micropagamenti.  

 Le associazioni di categoria non hanno leve  realiper negoziare tariffe più eque, perché il tema resta nascosto agli occhi dell’opinione pubblica.  

 Il paradosso italiano  

 In altri Paesi, come USA e Australia, la normativa consente di applicare un “surcharge”: un piccolo sovrapprezzo che copre la commissione. È una forma di trasparenza che responsabilizza il cliente e tutela il commerciante. In Italia, invece, il paradosso è evidente:  

1- Obbligo di accettare pagamenti elettronici, pena sanzioni.  

2- Divieto di rendere visibile il costo reale di quel servizio.  

 Questa asimmetria informativa non è solo una questione tecnica: è un problema culturale ed economico. Si parla di innovazione, di cashless society, ma si dimentica chi sostiene il peso di questa trasformazione.  

 Ecco perché serve una battaglia di trasparenza  

 Gli strumenti di pagamento digitali sono il futuro, ma il loro costo non può restare nascosto. Se vogliamo un ecosistema equo, le associazioni di categoria devono farsi sentire. Tre azioni concrete:  

1 – Obbligo di indicare le commissioni al cliente, almeno in forma informativa.  

2- Riduzione delle fee sui micropagamenti, che oggi penalizzano bar, edicole, piccoli negozi.  

3-  Credito d’imposta più ampio, per compensare i costi di chi è obbligato ad accettare pagamenti elettronici.  

  

Commissioni super trasparenti in caso di pagamenti PA 

Ma la vera polemica arriva quando per pagare un servizio pubblico come la mensa scolastica tramite PagoPA, dobbiamo pagare una commissione aggiuntiva visibile nel momento della transazione. 

Non è una sorpresa, è la norma. Diverso il caso di un gelato pagato con carta come abbiamo già visto: lì il costo del POS è già incluso nel prezzo, invisibile agli occhi del cliente.  

Perché questa differenza? La risposta è normativa: nei pagamenti verso la Pubblica Amministrazione, la commissione deve essere esplicitata e non può essere assorbita nel prezzo. Una trasparenza che, paradossalmente, finisce per pesare sulle tasche dei cittadini. 

Chi ci rimette davvero?  

Il cittadino, innanzitutto, che per servizi ricorrenti come la mensa scolastica affronta un aggravio che può sembrare minimo, ma che sommato diventa significativo: tra cinquanta centesimi e tre euro a transazione, a seconda del prestatore di servizi di pagamento. Per una famiglia con più figli, il conto annuale cresce. Lo Stato, in teoria, non incassa queste commissioni, ma rischia di rallentare la digitalizzazione dei pagamenti, scoraggiando chi percepisce il costo come ingiusto.  

E il sistema bancario? È il vero beneficiario, perché le commissioni sono fissate dai PSP e restano a loro vantaggio. 

Questa dinamica solleva una domanda cruciale: non sarebbe il momento di uniformare la normativa, vietando il surcharge anche nei pagamenti verso la PA, come avviene nel settore privato?  

Una misura del genere potrebbe incentivare l’uso dei pagamenti digitali e ridurre la percezione di disparità. 

Intanto, sul fronte dei pagamenti elettronici, la normativa corre veloce.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: combattere l’evasione.

Ma quanto è efficace? I numeri raccontano una crescita dei pagamenti digitali, soprattutto di piccolo importo, e un recupero miliardario grazie ai controlli automatizzati. Eppure, il tax gap resta elevato, segno che la strada è ancora lunga. 

In questo scenario, il cittadino si chiede: come posso ridurre l’impatto delle commissioni?

Alcune soluzioni esistono. Alcuni conti online, come quelli offerti da banche digitali, permettono di pagare tramite PagoPA senza costi aggiuntivi.  

 Non è sempre immediato, ma informarsi sulle opzioni disponibili è il primo passo per alleggerire il peso di una normativa che, per ora, scarica sul cittadino il costo della trasparenza. 

Questa non è una battaglia contro la tecnologia, ma per la trasparenza e la sostenibilità.  

Dietro ogni pagamento digitale c’è un costo, e quel costo non può restare invisibile.  

 

L'articolo La croce degli esercenti: le commissioni sui pagamenti digitali proviene da Giornalettismo.






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