Il legale dell’ex procuratore Venditti scrive a Nordio: «Il ministro mandi gli ispettori a Pavia»
«Sarebbe opportuna un'ispezione nell'organico del Tribunale di Pavia». A rivolgersi al ministro della Giustizia Carlo Nordio è l'avvocato Domenico Aiello, difensore dell'ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti indagato per corruzione in atti giudiziari perché accusato di aver favorito Andrea Sempio, inquisito per l'omicidio (in concorso) di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. L'ex magistrato avrebbe favorito, per una somma di 20-30mila euro, la prima archiviazione di Sempio avvenuta nel 2017. Una verifica - chiesta da Aiello ospite ieri di 'Quarto Grado' - perché «non c'è il senso della misura, non si possono spendere i milioni del contribuente per drenare in diretta un canale per trovare delle tracce che non esistono e non sono mai esistite. Non si possono spendere i milioni del contribuente per disporre delle intercettazioni e per fare l'attività di perquisizione su un pizzino che dice “Venditti gip archivia x 20. 30 euro”». Il difensore ricorda che «Venditti non è mai stato gip, Venditti non può archiviare può soltanto richiedere un'archiviazione. Allora, per coerenza, si deve indagare e perquisire anche il gip. Perché, invece, Venditti è l'unico indagato?». E in modo provocatorio, a sottolineare le letture multiple dell'appunto scritto da Giuseppe Sempio, padre di Andrea, trovato nella perquisizione in casa dello scorso maggio, ma scritto all'inizio del febbraio 2017, Aiello dice: «Magari 20 vanno a Venditti e 30 vanno al gip perché poi il provvedimento più importante sarebbe quello del gip che archivia. E perché i corruttori non sono indagati?».
«Onorevole Ministro Nordio», inizia così la lettera che Domenico Aiello, legale del'ex procuratore Mario Venditti, ha rivolto al Guardasigilli, Carlo Nordio. «Ho letto il decreto di perquisizione e sequestro. Francamente spero vi sia dell'altro materiale di indagine che giustifichi una simile aggressione, con un massiccio impiego di risorse e di uomini sul territorio, nei confronti di un incensurato servitore dello Stato. Sarebbe avvilente e sconfortante, scoprire il contrario. L'intero sistema giudiziario si destabilizza con una simile surreale impostazione. Se un appunto proveniente dall'ambiente familiare di un indagato diventa dopo anni sufficiente a produrre una indagine per corruzione a carico di colui, l'unico di una lunga serie di magistrati, che ha assunto quella che riteneva una decisione giusta, addirittura confermata dalla cassazione, allora vale tutto, ma per cortesia non parliamo più di Costituzione e garanzie per gli indagati. Non parliamo di proporzione o misura, senza la quale la Giustizia diventa violenza o vendetta».
