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Сентябрь
2025

«Hamas ha accettato il piano di Trump per Gaza». Anzi, no. Anche nella battaglia mediatica non c’è pace

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Hamas, a sorpresa, avrebbe accettato in linea di principio la cornice proposta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per fermare la guerra a Gaza. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz, secondo cui il Qatar ha avuto un ruolo determinante nel persuadere Hamas a non respingere il piano. Trump punta a formalizzare l’intesa direttamente con il premier Benjamin Netanyahu, nell’incontro previsto per lunedì. Secondo quanto riferito all’emittente qatariota Al Araby da un esponente di Hamas, però, il gruppo non avrebbe ricevuto alcuna proposta. La notizia è stata successivamente ripresa anche dallo stesso Haaretz. 

Gli ostaggi al centro del piano

Il cuore della proposta è l’immediato rilascio di tutti gli ostaggi israeliani — vivi e morti — in cambio della liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi e del ritiro graduale delle forze israeliane dalla Striscia. Secondo The Times of Israel, il documento statunitense rappresenta il punto di partenza per tracciare un percorso verso un futuro Stato palestinese.

La svolta di Trump

Solo pochi mesi fa, The Donald aveva ipotizzato un’amministrazione diretta americana su Gaza e persino la rilocalizzazione della popolazione. La nuova proposta, invece, incoraggia i palestinesi a restare nella Striscia e a costruire lì il proprio futuro, segnando una rottura con le pressioni di settori della destra israeliana che spingevano per la “migrazione volontaria” di massa.

I ventuno punti del piano

Il testo, elaborato dall’inviato speciale Steve Witkoff e condiviso a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, si articola in 21 punti. Tra i principali: la deradicalizzazione della popolazione, la smilitarizzazione di Gaza, l’istituzione di un’amministrazione provvisoria di tecnocrati palestinesi sotto supervisione internazionale — quella si vocifera dell’ex premier britannico Tony Blair —, la creazione di una forza di stabilizzazione composta da partner arabi ed europei e la ricostruzione attraverso una zona economica speciale. Restano però in primo piano le clausole care a Israele: il disarmo di Hamas, l’impegno a impedire la ricostruzione dei tunnel e la garanzia che Gaza non torni a costituire una minaccia.

La linea rossa di Netanyahu

L’idea di un percorso, anche solo potenziale, verso la statualità palestinese rappresenta una linea rossa per Netanyahu, che ha sempre fatto della negazione dei “due Stati” un tratto distintivo della propria leadership. Questo passaggio rischia di spaccare la sua coalizione, già segnata dalla guerra prolungata e da tensioni politiche interne.

L’ottimismo della Casa Bianca

Trump si mostra comunque fiducioso. “Da quattro giorni sono in corso negoziati intensi e continueranno finché non arriveremo a un accordo conclusivo”, ha dichiarato ai giornalisti, ribadendo poi su Truth Social: “Hamas è consapevole di queste discussioni e Israele è stato informato a tutti i livelli, incluso il primo ministro Bibi Netanyahu”.

Ombre e incognite

Il piano resta vago in alcuni punti, e i margini per Hamas di accettare disarmo e smilitarizzazione sono ridotti. Anche qualora venisse annunciata un’intesa, serviranno ulteriori e complessi negoziati.

Un Medio Oriente in fiamme

Il contesto regionale complica ogni trattativa. A sud del Libano, Hezbollah continua a scontrarsi con Israele, in un conflitto che ha già causato migliaia di morti, inclusi centinaia di bambini. Oggi, la commemorazione di Hassan Nasrallah, ucciso nei raid israeliani, rischia di accendere nuove proteste, con il successore Naim Qassem chiamato a un discorso che potrebbe riaccendere anche la piazza libanese.

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