Boezio, un cold case lungo quindici secoli: Cristina Cattaneo esaminerà le sue ossa
PAVIA. Il luogo in cui nel 525 fu eseguita la condanna a morte di Severino Boezio (martire e poi santo) è quasi certo: in agro Calventiano (l’attuale borgo Calvenzano a Pavia) scrive l’Anonimo Valesiano. Sul come circolano invece molte ipotesi: fu impiccato o morì per la compressione del cranio?
«Con una corda attorcigliata alla testa fino a fargli schizzare gli occhi e finito a bastonate» precisa sempre l’Anonimo. Ora, dopo quindici secoli, la Diocesi di Pavia prova a dissolvere i dubbi e assegna all’antropologa Cristina Cattaneo (la stessa studiosa che si occupa del delitto di Garlasco) l’esame delle ossa del santo, custodite in un’urna nella cripta della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia. Le reliquie saranno trattate con le tecniche di analisi forense perché, comunque, di omicidio si è trattato. E il mandante fu il re ostrogoto Teodorico.
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Il mistero del cranio
«L’interesse è rivolto soprattutto ai frammenti del cranio – conferma don Luigi Corti, delegato del vescovo e vicepresidente del comitato Pavia Città di Sant’Agostino – Speriamo infatti che ci rivelino qualcosa in più sulle circostanze della morte».
Nel frattempo si è stabilito di effettuare la catalogazione delle ossa del martire della Chiesa con la tecnologia laser scanner, che fornisce immagini in 3D. «Le foto saranno poi messe su un supporto digitale che potrà essere consultato dagli studiosi» aggiunge don Corti.
In occasione della memoria liturgica di Boezio, il 23 ottobre, si celebrerà un convegno, a cui prenderà parte anche Cristina Cattaneo.
Il convegno internazionale
Lunedì, invece, si aprirà a Pavia (tra collegio Ghislieri, aula Volta in ateneo e Castello Visconteo, per tre giorni) il convegno internazionale Boezio nel XV centenario della morte, un confronto fra studiosi di diversi ambiti (filosofico, letterario, linguistico, storico) per una messa a punto della complessa personalità dello scrittore d'età tardolatina.
«La vicenda di Boezio è uno dei casi di oscurantismo del potere nei confronti dei letterati più famosi dell’antichità – commenta Fabio Gasti, professore di Letteratura latina tardoantica all’Università di Pavia e presidente della fondazione Regit (Centro di ricerche sul Regno Italico, ente che si è costituito nell’aprile 2024 con sede al collegio Ghislieri) –. Teodorico, che fino a un certo punto si era mostrato tutto sommato un buon sovrano (ottimo, se crediamo alle lodi che ne fa il pavese Ennodio), comincia a temere l’eventualità di macchinazioni da parte latina, e in particolare aristocratica, ai propri danni con la connivenza dell’impero d’Oriente. Boezio, a causa dell’amicizia con un senatore sospettato di spionaggio, viene coinvolto. In carcere scriverà la sua opera più nota, La consolazione della Filolofia, in cui la personificazione della Filosofia, appunto, appare allo scrittore e dialoga con lui alla ricerca della vera felicità, che non si trova nelle cose materiali ma soltanto nel bene che assicura lo studio e la lettura degli autori classici, accompagnato dalla fede».
«Il progetto, ambizioso e spropositato – e per questo attuato solo in minima parte –, di tradurre e commentare l’intera opera di Platone e di Aristotele, con lo scopo di segnare le coincidenze fra i due filosofi, dà l’idea della globalità dell’impostazione boeziana – conclude Gasti – : è peraltro proprio anche grazie alla sua opera che nel medioevo, quando la lingua greca non è più conosciuta in occidente, i letterati potevano leggere almeno una piccola parte dell’opera aristotelica. —
LA STORIA – Accusato di tradimento fu giustiziato a Pavia
Rampollo di un’importante famiglia patrizia, Boezio ha la strada spianata: a 25 anni è già senatore e poi console unico dal 510. Sposa Rusticiana e con lei ha due figli che saranno consoli a loro volta, nel 522. Nel 497, intanto, Roma è invasa dagli Ostrogoti di Teodorico. Il filosofo Boezio è tra quei romani colti che credono nella convivenza, e quindi nella possibilità di incontro tra le due culture. All’inizio Teodorico lo stima e gli chiede consiglio, anche perché lui, avendo scritto molto di logica, matematica, musica e teologia, è un uomo influente del suo tempo. Poi però accade qualcosa. «Teodorico, che ha più di settant’anni ed è molto preoccupato per il futuro del regno, considerata la giovanissima età del figlio, comincia a guardare con sospetto l’eventualità di macchinazioni da parte latina ai propri danni con la connivenza dell’impero d’Oriente» chiarisce Fabio Gasti, direttore del comitato scientifico del convegno internazionale insieme a Gabriella Zuccolin. Boezio è accusato di corruzione dallo stesso Teodorico che – essendo ariano - teme, in realtà, che Boezio gli preferisca l’imperatore bizantino Giustiniano. Per questo lo fa esiliare e rinchiudere in carcere a Pavia, dove verrà giustiziato.
«Tra il 523 e il 524 Boezio viene privato delle sue dignità e incarcerato – prosegue Gasti –. Giudicato a Roma da un collegio di senatori, viene condannato alla pena capitale e alla confisca dei beni di famiglia. Lo stesso scrittore in alcune toccanti pagine della sua opera maggiore ci lascia una sua ricostruzione della vicenda». Boezio scrive: «Zitti e indifesi, a causa di un eccessivo zelo del Senato, siamo condannati a morte e alla proscrizione».
La condanna, approvata nell’estate del 525 da Teodorico che, come prima la commissione giudicante, si rifiuta di dare all’accusato la possibilità di discolparsi, viene eseguita in agro Calventiano. Si suppone che le sue ossa siano state poi tumulate nella basilica di San Pietro in Ciel d’oro, per volere di re Liutprando, al pari di quelle di un altro santo, Agostino. E lì ancora sono conservate da secoli. —
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