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Июль
2025

Crimini irrisolti: Roberta Lanzino, l’angelo di Cosenza uccisa senza avere mai avuto giustizia

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37 anni dopo, l’omicidio di Roberta Lanzino, in provincia di Cosenza, rimane uno dei casi più clamorosi di errori giudiziari italiani. Diversi processi non hanno mai stabilito chi uccise la giovane studentessa nel luglio del 1988.

L’omicidio di Roberta Lanzino

Faceva caldo, tanto caldo, quel 26 luglio del 1988. E fece caldo per tutta l’estate. Quell’estate che iniziava con la giovane Italia di Azeglio Vicini che aveva conquistato un promettente podio agli europei di calcio in Germania e che sarebbe finita con le Olimpiadi di Seul, quelle in cui Ben Johnson, che tutti pensavano fosse l’uomo più veloce del mondo, si rivelò un abile truffatore; fu un’estate veramente calda.

Quel pomeriggio, Roberta Lanzino, 19 anni e una licenza liceale in tasca, decide di andare al mare, sul Tirreno cosentino, dove la sua famiglia possiede una villetta, percorrendo una strada diversa: ha il motorino e la superstrada è pericolosa. Prende la strada che da Rende giunge al mare attraversando una strada contermine e impervia. Non arriverà mai a destinazione.

I genitori, Franco, apprezzato sindacalista della Cisl, e Matilde Spadafora, docente, non la vedono arrivare. Pensano a un sequestro e chiamano i carabinieri. Dopo poche ore i militari trovano sul corpo esamine e distrutto.

Ha il seno scoperto, le sono stati strappati i jeans e gli slip, che giacciono a pochi metri. Ha le spalline appallottolate in gola, il volto tumefatto e il collo tranciato. Una sfilza di tagli su braccia, gambe e addome. Il medico legale dichiarerà che Roberta è stata stuprata, seviziata e infine soffocata. E purtroppo, se il movente è dal primo istante immaginabile, i colpevoli invece non saranno mai identificati. Le testimonianze ricostruiscono i movimenti di Roberta, avvistata in punti diversi della litoranea.

Il primo errore giudiziario

Le indagini saranno un disastro. I reperti vengono adulterati, iniziando dai vestiti. Inizia una caccia all’uomo che coinvolge gli abitanti di un ridente comune sul litorale, Falconara Albanese. E dopo pochi giorni arriva la svolta. Vengono arrestati i cugini Frangella, noti agricoltori del posto. Uno di loro, Rosario, è schizofrenico. Ha ucciso con una testata un vitello e sgozzato delle pecore. Sembrano i “mostri perfetti” da consegnare all’opinione pubblica. E così, purtroppo, sarà.

Ci vorranno quattro anni prima che la corte di assise di Cosenza li assolva. Nel frattempo due di loro, per le spese legali e i danni di immagine, vedranno perdere tutto il piccolo patrimonio accumulato.

Le voci sui “figli di papà” e la Fiat 131

In quell’estate, in cui la città di Cosenza festeggiava il ritorno della squadra in serie B, si rincorrono le voci di coinvolgimenti di due giovani, figli di luminari della chirurgia. Ma anche questa rimarrà una voce senza alcun riscontro. Si dirà  che Roberta sarebbe stata inseguita da un’auto dall’uscita della sua abitazione: una Fiat 131, ma anche qui nessun vero riscontro. Il caso finisce nell’oblio. Fino al 2015.

Il nuovo processo

Nel 2015 il processo viene riaperto sulla base di un nuovo sospetto che riguarda Luigi Carbone, allevatore scomparso per lupara bianca e Franco Sansone, proprietario di una Fiat 131 trovata sul fondo di una scarpata a pochi metri da dove venne abbandonato il corpo di Roberta, proprio nel 2015. I Sansone non sono gente qualunque: vengono considerati i “Re della montagna” che da Carolei raggiunge Potame, una vasta area agricola del cosentino.

Ad accusare i due è un nome che ancora oggi fa tremare la città: Franco Pino. Franco Pino, responsabile di almeno 60 omicidi, è considerato il capo dei capi della criminalità cosentina. Di buona famiglia, (la mamma era una maestra elementare e il padre un commerciante) insieme al fratello Pietro sarà la mente pensante del crimine locale. Nel 1995 si pente e collabora con la giustizia. Le sue rivelazioni, però, per i giudici non saranno fondate. Il test del Dna, eseguito su Sansone e sugli eredi di Carbone, porterà alla loro assoluzione.

Chi era Roberta Lanzino

19 anni, piena di vita, Roberta collabora con un’emittente radiofonica famosa: Radio Queen. Il proprietario è un comunista burbero, Francesco Serianni, ortodosso ma capace di accogliere tutti: fascisti, democristiani, anarchici. Il suo caso, per molti versi, somiglia a quello di Simonetta Cesaroni. Per lo stesso epilogo e per l’ombra di connivenze mai disvelate.

La verità è nel vento?

Chi uccise Roberta? Una domanda a cui è impossibile rispondere. In quegli anni parte della magistratura inquirente cosentina, come rivelerà il Csm, era direttamente collusa con la criminalità. Non il giovane sostituto di Paola, Domenico Fiordalisi, che cerò disperatamente di arrivare agli assassini. Il territorio di Cosenza, però, nelle sue articolazioni, aveva una sovranità delegata alla malavita. Impossibile che nessuno di loro sapesse niente.

Il Dna, i Frangella e il mistero della montagna

Sulla morte di Roberta Lanzino i dubbi sono tanti. E anche sul DNA c’è tanto da riflettere. Il pugnetto di terra è stato prelevato sotto il collo di Roberta. Difficile che potesse essere attendibile. I Frangella erano estranei al delitto. Ma, vivendo nella montagna di Faconara risulta altrettanto difficile pensare che non sapessero nulla. Pressoché certo che quell’atroce delitto maturò all’interno della “montagna”. Non ci sono le prove, certo. Ma nessuno lo mette in dubbio. La stessa scomparsa di Luigi Carbone, mai ritrovato, induce a riflessioni serie.

L’impegno per le donne vittima di violenza

Roberta ha avuto vie e strade intitolate. Sandro Principe, allora giovane deputato socialista, le fece intitolare un bellissimo centro sociale a Rende. Il papà, Franco, ha combattuto sino alla fine per trovare giustizia. La mamma, Matilde, che è stata assessore comunale, non ha smesso di lottare. Ha costituito una fondazione che porta il nome della figlia e che accoglie donne vittime di violenza. Di Roberta rimane l’immagine iconica di un sorriso che nessuno ha spento definitivamente. “Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso”, recitava Pablo Neruda. Faceva caldo quell’estate del 1988, senza che sapessimo dei cambiamenti climatici, di Carl Lewis che era il vero figlio del vento, di ciò che sarebbe accaduto l’anno dopo con il mondo in rivolta. Senza sapere che anche gli angeli muoiono per strada, vittime di un male che rimane sospeso.

 

 

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