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Июль
2025

Savino, a Ivrea seicento anni dopo la morte e subito amato

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IVREA. Fu Corrado Conone, duca di Spoleto e parente di Arduino d’Ivrea, non ritenendo opportuno trattenersi nel proprio ducato dove infuriava la peste, a decidere, nel gennaio del 956, di tornare nella sua patria eporediese, recandovi le spoglie mortali del santo Savino: «Per proteggere se stesso e la città di Ivrea dal temuto morbo – scrisse nel 1763 Pietro Giustiniano Robesti nelle sue Notizie Istoriche – volle portare con sé uno di quei molti santi corpi che arricchiscono la città di Spoleto». Si narra che, per timore di venire sorpreso a profanare una tomba in una delle chiese cittadine, decise di prelevare il corpo di San Savino che si trovava in una basilica a lui intitolata e distante due miglia dalla città. «Così, senza verun disturbo – come ricordò Giovanni Benvenuti nella sua Istoria dell’antica città di Ivrea – aperta la tomba ove stavano le sacre spoglie del santo, prese la cassa e seco in Ivrea col maggior rispetto recolla».

Patrono per caso, dunque, San Savino, a più di 600 anni dalla propria morte (303), ma attivo sin dal suo arrivo a Ivrea tanto da narrarsi che, giunto il corteo ducale alle porte della città, abbia provveduto a guarire uno zoppo il quale, viste passare le sacre reliquie, si era loro raccomandato. Il Benvenuti raccontò che la notizia fece immediatamente il giro della città e la gente «mosse incontro al sacro pegno che fu con solenne pompa portato nella Cattedrale ove, invocato il Santo con gran divozione e fede, questi rese immune la città dalla serpeggiante pestilenza». Fu così che il santo vescovo e martire venne nominato principale protettore della città e le sue reliquie riposte in una cassa collocata all’interno di un’urna di marmo a sua volta posta sotto l’altare maggiore dove rimase fino al 1587. Ritenuto il 24 gennaio il giorno esatto della traslazione delle reliquie, per molti anni si provvide a festeggiare il santo in tale data, almeno fino alla metà del Settecento, quando il vescovo Michele Vittorio della Villa, «onde celebrare con maggior solennità la festa patronale e vedendo non potersi ciò eseguire al 24 gennajo, a motivo dei ghiacci e nevi che per solito ingombrano in tal tempo le strade», ottenne dalla Santa Sede il consenso per «trasferire la festa in tempo più comodo», il 7 luglio, appunto.

Proprio all’anno in cui monsignor della Villa ottenne lo spostamento della data, il 1749, risale l’urna d’argento nella quale si conservano tuttora le reliquie di Savino. Oggi, come allora, l’urna viene portata «in solennissima processione, con solenne apparato, scielta musica e panagirico» attraverso tutta la città.

Durante l’anno essa viene custodita in una teca protetta da una grata sopra l’altare di una cappella laterale all’interno del Duomo, dedicata al Santo e affrescata dal pittore Carlo Cogrossi con la scena del martirio, in cui a Savino vengono mozzate le mani. Una scena che rimanda alla descrizione riportata da Francesco Carandini: «Venustiano, feroce esecutore degli editti contro i cristiani, fattoselo condurre innanzi, gli intimò di adorare certo suo idoletto di corallo, al che, essendosi quegli rifiutato spezzando l’idolo a terra, Venustiano gli fece troncare le mani».

Oggi l’urna con le reliquie viene custodita in una teca protetta da una grata sopra l’altare di una cappella laterale all’interno del duomo, dedicata al santo e affrescata dal pittore Carlo Cogrossi con la scena del martirio in cui a Savino sono mozzate le mani. E continuano idealmente ancora ai nostri giorni i miracoli del patrono se, ogni anno, la processione in suo onore riesce a registrare un gran numero di persone al seguito dell’urna. Una partecipazione corale che ha dell’incredibile, visti i tempi e il cinismo di questi anni di crisi e smarrimento, ma che, ad osservarla con attenzione rivela forse qualcosa di più profondo, una corale ricerca di certezze, di gesti che si credevano perduti, di un senso d’appartenenza ad una comunità e alle sue tradizioni, di una solidità che dissolva l’ansia da precarietà che da tempo sta ormai attanagliando quasi tutti.






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