Ivrea, quella grandinata di San Savino che colpì nel 1947 anche la Sentinella
IVREA. L’iconografia fotografica dell’epoca ha condensato il dramma della grandinata avvenuta intorno alla mezzanotte tra il 7 e l’8 luglio 1947 nell’immagine delle persone che, attonite, osservano i vetri spaccati della facciata della Olivetti, in via Jervis.
L’assenza di altre fotografie ha circoscritto alla fabbrica, la distruzione che colpì tutta la città e il circondario. Alessandro Riva, titolare con la sorella Paola della Libreria Garda in via Palestro 33, cita la Sentinella del Canavese, il giornale fondato dal bisnonno Oreste Garda e all’epoca ancora di proprietà della sua famiglia, che, nel numero dell’11 luglio, a tre giorni dal fatto, scrive: «Chiamare disastro cittadino quel che è accaduto non è andare nell’iperbole. Quando si rifletta che non un tetto è rimasto intatto e che lucernari con vetri massicci costruiti da secoli sono stati frantumati, si avrà la misura esatta per valutare la iattura abbattutasi sulla città. Un bombardamento aereo sarebbe stato meno disastroso, perché i danni sarebbero stati localizzati in un determinato punto, invece la grandinata di martedì 8, del tutto simile a un bombardamento, non ha risparmiato nemmeno un lembo dell’abitato urbano».
Vale sicuramente la pena rileggere la cronaca di quel drammatico accadimento passato alla storia come Grandinata di San Savino. «È mezzanotte. Il mondo grande e piccino indugia ancora attorno ai baracconi qui accorsi per la festa patronale di San Savino: una folla. Quasi improvvisamente il cielo si rabbuia e rovescia acqua con violenza inaudita. Fuggi fuggi generale, con inevitabili incidenti e urla dei piccoli e delle loro mamme. Le case e i vicini cortili sono presi d’assalto. Presto alla pioggia torrenziale si accompagna la caduta dal cielo di candidi ciottoli grossi come arance. Tambureggiamento sui tetti, rottami di tegole e di vetri volano in aria come fuscelli; tuoni e lampi aumentano il terrore: un vero inferno dantesco. Dopo un quarto d’ora cessa la grandine ma continua il diluvio. L’acqua per le vie scorre a torrenti e invade tutti gli ambienti al piano terreno degli stabili: in certi locali raggiunge il mezzo metro, obbligando le persone che vi si sono rifugiate a un bagno forzato».
E, ancora: «In una drammatica situazione si trovano gli abitanti dell’ultimo piano delle case. Sfondati i tetti dalla grandine, l’acqua non tarda a penetrarvi. Comprensibili scene di panico si verificano: chi già si trova a letto corre, in camicia da notte, in altri ambienti, nella speranza di trovarvi un rifugio più sicuro. Spostamento di letti e mobili per sottrarli alla furia della tempesta. Invocazioni di soccorso; pianti e grida dei tipi più impressionabili».
La cronaca ricorda quindi che, placatasi la furia degli elementi, alle prime luci dell’alba si presentò il triste scenario, con tutti i tetti sfondati, i vetri infranti e le vie cittadine cosparse di rottami, di foglie d’alberi e detriti. Descrive quindi la tristezza nel soffermarsi davanti agli stabilimenti Olivetti con tutti i vetri rotti e i macchinari danneggiati e sottolinea l'essere toccata eguale sorte agli stabilimenti delle manifatture Rossari e Varzi, in gran parte costruiti in vetro, e a quelli di Saifa, produttrice di seta artificiale, Zanzi, Diatto e di altri minori.
Anche la Sentinella recò a lungo i segni di quell’accadimento. «Nel 1947 – evidenzia Alessandro Riva – l’attività occupava tutto il piano terra dell’edificio in cui oggi è rimasta solo la libreria. A essere colpita fu la tipografia con tutti i suoi macchinari per la stampa e i banchi del reparto composizione sui quali si abbatterono i detriti della vasta copertura in vetro. Al robusto lucernario completamente distrutto e agli ingenti danni ai macchinari, si aggiunse uno sfregio emblematico: l’antica matrice calcografica in rame della testata, colpita da un pezzo pesante di vetro, subì alcune abrasioni sulla parola Canavese riscontrabili già sulla testata del numero uscito tre giorni dopo. Solo nel dicembre 1949 – conclude Riva – il titolo ritornò alla perfezione tipografica originaria».
