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Июнь
2025

Un futuro pieno di referendum

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C’è chi chiede di abolire la Polizia locale, chi gli obblighi vaccinali, chi vorrebbe istituire un’Alta corte superiore persino al Csm. E, ancora, chi vorrebbe rinominare la Camera dei deputati in «Camera delle deputate e dei deputati». In attesa di scoprire se i referendum dell’8 e del 9 giugno riserveranno sorprese – semmai si dovesse raggiungere il fatidico quorum del 50 per cento degli elettori – con l’abrogazione delle leggi sul lavoro (quattro quesiti) e sulla cittadinanza (un quesito), è piuttosto curioso immergersi nel mondo di tutti coloro che stanno raccogliendo firme per arrivare un giorno, magari non lontano, all’ennesima consultazione popolare.

Per carità: parliamo di una sacrosanta prerogativa del nostro sistema democratico e l’unico modo per il cittadino di esercitare il suo potere in forma diretta. Il dubbio, però, è capire per esempio quanto senso abbia raccogliere le firme per abolire la Polizia locale. Sembra una boutade, ma è tutto vero. Secondo il comitato promotore la Municipale è «divisa tra centinaia di autonomi enti locali, generando duplicazioni di strutture e di spese pubbliche» ed è «legata alla politica locale». Tanto vale, dunque, eliminarla, abrogando la «Legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale» (la n.65 del 1986).

Non si pensi, però, che sia un caso isolato. Al momento nella piattaforma istituzionale che elenca tutte le raccolte firme per referendum abrogativi o per leggi di iniziativa popolare ci sono ben 55 proposte. Una di queste mira, per esempio, a una maggiore «democrazia interna» e «trasparenza dei partiti politici». Così, perlomeno, c’è scritto nel titolo. Peccato, poi, che a scorrere nel dettaglio la proposta si scopre anche che si prevedrebbe la riesumazione dei «finanziamenti pubblici diretti per le attività relative alla partecipazione alle elezioni politiche locali, regionali, nazionali ed europee».

Non poteva mancare, poi, chi vuole rendere la caccia illegale. La raccolta firme, in questo caso, è partita il 13 marzo 2025, ma siamo ancora ben lontani dal quorum: 22.339 firme raccolte su 500 mila firme che servirebbero per chiedere alla Corte costituzionale la consultazione referendaria. Ma in questo caso c’è una particolarità piuttosto singolare: il comitato promotore, il movimento «Rispetto per tutti gli animali», ha già provato a raccogliere adesioni per vietare la caccia, gli allevamenti intensivi, le attività circensi e le sperimentazioni animali. Tutto lecito, ci mancherebbe. Ma già allora – e parliamo di neanche un anno fa – la raccolta firme si era fermata a quota 40 mila. Oggi, dunque, ci si riprova. Con un’aggiunta curiosa: il movimento ha lanciato una petizione anche per abrogare il nuovo Codice della strada voluto dal ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Cosa c’entri col benessere degli animali, è difficile capirlo. Il comitato #PerMioFiglioScelgoIo, invece, mira all’abrogazione degli obblighi vaccinali voluti dall’allora ministra della Salute Beatrice Lorenzin. I promotori sono belli agguerriti ma anche in questo caso siamo lontani anni luce dalla soglia delle 500 mila firme da raccogliere (siamo a circa 20 mila adesioni) considerando che la scadenza per la consegna è fissata al prossimo 15 giugno. Eppure, curiosando sul sito, non sono pochi i sostenitori del comitato. Si va dagli «Avvocati Liberi» ai «Finanzieri Democratici», dal «Popolo delle Mamme» ai «Ribelli monetari», fino a «Else Service», che sembrerebbe essere un servizio di traduzione simultanea, e a «Radio Roma Tv».

Ma il mondo dei potenziali referendum è ancora più vasto. Perché ci sono, poi, i referendum locali per chiedere magari il passaggio di un Comune da una Regione all’altra. Come sta accadendo a Isernia, la più piccola Provincia d’Italia (78 mila anime) della più piccola Regione italiana (il Molise, meno di 290 mila abitanti). In questo caso le firme già sono state raccolte e si aspetta ora il responso della Corte costituzionale. La richiesta è secca: ci siamo stancati di essere molisani, vogliamo entrare in Abruzzo. Vedremo.

Non è però finita qui. Perché se questo è quello che riescono a maturare comitati, organizzazioni e cittadini vari, spesso non va meglio in Parlamento. Deputati e senatori, infatti, solo in questa legislatura hanno presentato 135 proposte di riforma costituzionale che, come noto, anche dovessero venire approvate, hanno ancora una volta bisogno dell’approvazione referendaria. Ma di cosa parliamo, nel dettaglio? Di un po’ di tutto. Il pentastellato Giorgio Fede, tanto per dire, vorrebbe modificare l’articolo 31 della Costituzione per tutelare maggiormente gli anziani; il meloniano Tommaso Foti, invece, vuole inserire nella Carta una specifica sulla «sovranità alimentare»; Marco Lombardo (Azione), ancora, vuole inserire maggiori controlli nel conteggio dei voti dopo le elezioni «per garantire l’integrità del processo elettorale da ingerenze di Stati esteri finalizzate alla manipolazione del consenso attraverso attività di produzione, promozione e diffusione di informazioni false o distorte in violazione delle norme in materia di propaganda e comunicazione politica». Non si sa mai. Curioso anche il caso di vari onorevoli che hanno chiesto, con proposte differenti, una «modifica all’articolo 111 della Costituzione in materia di riconoscimento della funzione dell’avvocato e di tutela della libertà, autonomia e indipendenza del suo esercizio». Si va dalla dem Anna Rossomando alla leghista Erika Stefani, passando per Devis Mori (Alleanza Verdi-Sinistra). Sebbene siano agli antipodi, hanno una cosa che li accomuna. La professione: avvocati, per l’appunto.

E poi, ancora, c’è chi chiede di inserire in Costituzione la tutela del mare, chi un focus specifico sulla pratica sportiva, chi la casa come «dimora del nucleo familiare». E chi vuole, invece, istituire nuovi organi come una Alta corte che si pronunci per esempio sul Csm. Di contro, però, ci sono anche onorevoli che vogliono eliminare organi istituzionali. È il caso di Matteo Renzi, che ha presentato una legge per abolire il Cnel (ci aveva già provato quando era premier con un referendum e ricordiamo tutti com’è andata), e di Luigi Marattin che vorrebbe abolire il Senato, creare un sistema monocamerale e rinominare la Camera «Assemblea Nazionale».

Ma c’è chi è andato anche oltre. È il dem Gian Antonio Girelli. Per lui tutto dovrebbe restare così com’è. Fatto salvo per il nome di Montecitorio: non più «Camera dei deputati» ma «Camera delle deputate e dei deputati». Perché si promuoverebbe «già attraverso il nome di tale ramo del Parlamento, una concreta parità di genere». Oggi tra Montecitorio e Palazzo Madama le donne sono in tutto solo 200 sul totale di 600 seggi. Difficile possa bastare modificare un nome per cambiare le cose.






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