Salassa, i video dell’esorcismo in aula: «Ho un demone attaccato ai pantaloni»
SALASSA. «Ho un demone attaccato ai pantaloni. Vuole comandare sul mio corpo». Lo sosteneva Khalid Lakhrouti, morto a 43 anni durante un rito di esorcismo il 10 febbraio 2024, in uno dei video mostrati venerdì davanti alla Corte d’Assise presieduta dalla giudice Stefania Cugge, con la magistrata Antonella Pelliccia a latere. Sono video che lo stesso imam Abdelrhani Lakhrouti, 53 anni, zio della vittima, attualmente agli arresti domiciliari e imputato per omicidio, difeso dall’avvocato Enrico Calabrese, ha fornito ai carabinieri di Cuorgnè, con cui aveva già un rapporto di fiducia in quanto guida spirituale. Si trovano nel fascicolo della pm Giulia Nicodemi.
Un demone che Lakhrouti chiama jinn, creature di cui si trova traccia già nella mitologia pre-islamica, a metà tra gli uomini e le divinità, spesso malvagie, ma ispiratrici anche dei geni della lampada da notti d’oriente. Lo stesso diavolo, però, nell’Islam, è un jinn: Iblis. In quei video la vittima appare spesso nell’atto di scacciare via il demone dalla gamba, poi riferisce di conversazioni con l’entità.
«Cosa ti dice il jinn?», gli chiedono gli esorcisti mentre cantano versetti del Corano. «Mi ha detto: se ti do quello che vuoi, tu mi dai in cambio tua moglie? Io gli ho detto di no e lui mi ha risposto che se non l’avessi fatto, lui sarebbe uscito dal mio corpo e l’avrebbe uccisa».
Non era dunque il primo rito a cui Khalid Lakhrouti veniva sottoposto. Una volta intervennero anche i carabinieri. Era il 22 gennaio e i vicini riferirono di una lite in casa con urla. Al loro arrivo, i militari, però, si trovarono di fronte una scena diversa. «Ho visto Khalid - spiega il carabiniere intervenuto - disteso sul pavimento, con una coperta sopra, in stato di semi-incoscienza, con il fratello che lo bloccava. Venivano proferite frasi in arabo, con il sottofondo di una musica religiosa. L’imam Abdelrhani mi disse che era un rito religioso perché era posseduto dal demonio. Sollecitammo un intervento sanitario più volte, ma dissero che non ne avevano bisogno e che tutto si sarebbe risolto».
Il fratello sarebbe Nourddine Lakhrouti, 46 anni, difeso dagli avvocati Ferdinando e Fiorenza Ferrero, anche lui imputato in questo processo insieme alla ex moglie della vittima Sara Kharmiz, 35 anni, difesa dall’avvocata Valeria Ceddia.
In aula si discute poi del punto nodale per cui si è arrivati in Corte d’Assise, da una morte inizialmente rubricata come arresto cardio-circolatorio probabilmente dovuto all’abuso di stupefacenti, di cui Lakhrouti aveva abusato, secondo la famiglia. Si tratta della discrepanza tra l’orario della morte stabilito dal medico tra le 19 e le 20 e la prima chiamata al 118, che è delle 21.23. All’arrivo dei paramedici già non c’era battito, ma non è chiaro se il corpo fosse ancora caldo o meno. Secondo il medico stava iniziando il rigor mortis e c’erano delle macchie chiamate ipostasi che indicano l’afflusso di sangue verso la superficie. L’avvocata Ferrero, comunque, farà sottolineare al medico come l’orario della morte sia «probabilistico». Ed è uno dei nodi su cui si concentreranno le difese. Perché l’ipotesi accusatoria è che i tre abbiano cooperato nel legare mani e piedi la vittima, causandone la morte per soffocamento tramite una maglia da cui si staccò un bottone e venne trovato, poi, nella laringofaringe durante l’autopsia. I carabinieri sottolineano come al loro arrivo, la casa fosse già in ordine. Le difese, invece, battono sul tasto delle due testimonianze rese dal fratello e dallo zio nei giorni successivi in caserma, senza l’ausilio di un difensore. Per i carabinieri, però, non erano ancora indagati: mancavano i riscontri autoptici e un’ora certa della morte.
