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Ноябрь
2023

Giulio Buciuni: «Il Nord Est ora punti su capitale umano, tecnologia e finanza»

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Il Nord Est si trova di fronte a un importante crocevia: rinnovarsi per competere nell’economia della conoscenza, o assopirsi nei fasti del passato e rassegnarsi ad occupare un ruolo marginale nell’economia contemporanea. Ciò che può all’apparenza suonare come una provocazione o un allarme eccessivo è in realtà uno scenario economico plausibile, soprattutto se facciamo l’esercizio di uscire da una ormai stanca retorica autoreferenziale e posizioniamo il Veneto e il Friuli Venezia Giulia in una mappa concettuale più ampia: l’economia della conoscenza.

Per capire perché i fondamentali economici di una macro-area che a lungo ha trainato l’economia italiana rischiano di non funzionare più, è necessario partire proprio da qui. L’economia della conoscenza ha modificato radicalmente i fattori attraverso cui le imprese e i territori economici creano e catturano valore economico. Dalle fabbriche, i macchinari e i capannoni propri dell’economia industriale si è passati in quindici anni a parlare di capitale umano, tecnologia e finanza. Sono questi i tre asset chiave dell’economia della conoscenza e rappresentano tre fattori che oggi sono presenti in misura insufficiente nel Nord Est italiano.

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Andiamo con ordine, il capitale umano. Oltre alla contrazione demografica con cui fanno oggi i conti tanto il Veneto quanto il Friuli-Venezia Giulia, esiste un secondo ordine di problema, ossia l’esodo dei talenti locali verso altri lidi. Come ben documentato dal rapporto della Fondazione Nord Est 2023, il Veneto attira oggi meno studenti da fuori sede rispetto a quelli che lascia partire. Cala la popolazione e si svuota progressivamente il territorio di quelle menti da cui ci si attende possa giungere un contributo chiave alla competitività regionale dei prossimi anni. Allo stesso tempo, le nostre imprese continuano a non essere attrattive per i talenti europei e internazionali. È un problema di retribuzioni ma anche di cultura aziendale.

La tecnologia, secondo fattore chiave nell’economia della conoscenza, non viene ancora generata con l’intensità e la continuità necessaria. Con buona pace delle migliaia di Pmi che popolano il Nord Est, l’innovazione tecnologica viene garantita principalmente dalle imprese multinazionali e dalle startup innovative. Sebbene le prime non manchino, è doveroso registrare come alcune delle multinazionali regionali abbiano spostato negli ultimi anni i servizi ad alto valore aggiunto a Milano; Milano che al contempo cattura oggi il 50% degli investimenti delle multinazionali straniere nel nostro paese, lasciando il residuo al resto d’Italia, Nord Est compreso.

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Le startup tecnologiche sono poche e faticano a crescere, anche per l’assenza di un ecosistema finanziario locale in grado di supportarle a dovere. Mancano tanto in Veneto quanto in Friuli-Venezia Giulia fondi di investimento privati come il venture capital e il private equity e il supporto pubblico a nuove attività innovative rimane ancora inadeguato. Oltre ad un mercato del credito insufficiente, vanno registrate infine le criticità che ancora oggi condizionano il mercato del debito locale.

L’elefante nella stanza qui ha un nome ed un cognome: il fallimento di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza. Non solo il recente fallimento delle due banche venete ha impattato gravemente sulla sostenibilità economica di migliaia di imprese e risparmiatori privati, ma ha inoltre aperto un vuoto oggi occupato da nuovi attori economici non territoriali che faticano a dialogare con il tessuto produttivo locale.

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Ma cosa si può fare per cambiare il corso di una traiettoria che sembra segnata? È necessario anzitutto fare una doverosa autocritica che porti gli stakeholder locali – tanto le istituzioni quanto le imprese – a maturare una nuova consapevolezza e a misurarsi con uno scenario economico inedito. Serve inoltre mappare le competenze diffuse da Verona a Trieste, cercando di individuare filiere e comparti industriali ancora oggi in grado di garantire crescita economica e occupazione. All’interno di queste filiere vanno in seguito individuate le imprese leader in grado di farsi carico di un upgrading tecnologico e di business model di sistema.

Sono queste le imprese con le quali le istituzioni locali devono aprire con urgenza un tavolo di confronto e di collaborazione. Gli obiettivi devono essere chiari: supportare gli investimenti delle imprese leader in tecnologia e capitale umano, favorendo in questo modo il loro upgrading e il conseguente rinnovamento delle varie specificità produttive locali. Si dovrà passare nel tempo da una rete di distretti produttivi ad un sistema complesso di ecosistemi dell’innovazione.

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È una sfida onerosa e articolata e per questo necessita del contributo dei diversi stakeholder locali, a partire dalle università e dagli operatori finanziari. Va creata una business school di caratura internazionale che sappia dialogare con il mondo e vanno potenziate le discipline Stem partendo dagli ottimi dipartimenti di Ingegneria presenti a Nord Est. Serve infine creare un ecosistema finanziario moderno e competitivo, che sappia guardare oltre il ruolo tradizionale delle banche. Sono obiettivi ambiziosi e la cui realizzazione necessiterà di tempo, ingenti risorse e di una chiara e condivisa visione economica di medio-lungo periodo. La classe dirigente locale sarà all’altezza delle sfida?

* Giulio Buciuni è direttore scientifico del master in Management al Trinity College di Dublino. È stato visiting research fellow del Center on Global Value Chains presso la Duke University. Dopo la laurea all’Università Ca’ Foscari di Venezia ha lavorato come ricercatore all’Università di Toronto.

I suoi lavori di ricerca sono stati pubblicati in alcune delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali come “Global Strategy Journal” e “Journal of Economic Geography”. Ha indagato anche la relazione tra le imprese manifatturiere, la strategia di outsourcing e la loro innovazione, e l’evoluzione dell’innovazione nell’economia globale. È autore di “Periferie Competitive”.






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