Nordio al Csm cerca la pace con le toghe: “La Costituzione non è una stella fissa, si può cambiare. Ma il pm mai soggetto al governo”
“La mia presenza intende riaffermare il principio costituzionale della leale collaborazione” tra i poteri dello Stato, “che è la chiave per restituire al Paese una giustizia sempre più vicina ai bisogni della collettività”. In giorni infuocatissimi nei rapporti tra governo e toghe, il Guardasigilli Carlo Nordio si presenta davanti al Consiglio superiore della magistratura in una seduta straordinaria presieduta dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Lo fa dopo oltre un anno dal suo insediamento in via Arenula: nessuno dei suoi predecessori aveva mai aspettato tanto (circostanza sottolineata con accenti polemici a palazzo dei Marescialli). Ma i toni, stavolta, sono concilianti e moderati: l’ex pm parla di un clima “positivo” e di “amicizia“, auspica “massima sinergia” con l’organo di autogoverno e concede un “plauso” a “ogni ufficio giudiziario e ciascun magistrato per gli sforzi – e la responsabilità – con cui stanno contribuendo al perseguimento degli obiettivi del Pnrr”. Il confronto ministero-Csm, ammette Nordio, “è la precondizione anche per una migliore legislazione: ferma l’alta funzione del Parlamento, non può non essere motivo di arricchimento raccogliere qualificati contributi da chi riceve – al più alto livello – quotidiani riscontri dal mondo giudiziario”. Persino il vicepresidente dell’assemblea Fabio Pinelli – eletto in quota Lega e sempre piuttosto allineato alla maggioranza – si appella alla politica affinché “ricordi” che “la giustizia ha bisogno di sostegno morale e pubblico“, e soprattutto lo meritano “migliaia di magistrati che quotidianamente servono con onore il Paese”.
Nel discorso di Nordio uno dei pochi passaggi riferibili all’attualità (e al complotto anti-governativo delle toghe di sinistra evocato dal ministro della Difesa Guido Crosetto) è quello in cui definisce “troppo importante rinsaldare il rapporto di fiducia della collettività nei confronti della magistratura, uno dei pilastri dello Stato di diritto”. Il giudice, dice citando Piero Calamandrei, deve presentarsi in pubblico con “imparzialità spassionata e distaccata” (e qui il riferimento sembra al caso della toga catanese Iolanda Apostolico). Poi ripete un passaggio di un discorso pronunciato da Mattarella (che in quest’occasione ha scelto di non parlare) due anni fa, in occasione dell’anniversario di Capaci: “Se la magistratura perdesse credibilità agli occhi della pubblica opinione s’indebolirebbe anche la lotta al crimine e alla mafia“. E questo, commenta, “è un rischio che nessuno di noi può e vuole in alcun modo correre”. Infine rivendica la volontà di cambiare la Costituzione, realizzando l’agognata (dal centrodestra) separazione delle carriere tra giudici e pm: la Carta, afferma, “non è una stella fissa ma variabile, gli stessi padri costituenti riconobbero che dovesse avere in se stessa i germi di eventuali modifiche. A questo mondo non vi è nulla di eterno tranne le parole del Signore”. Ma “se un domani dovesse essere cambiata, mai e poi mai vi sarebbe una soggezione anche minima del pm al potere esecutivo: non è pensabile da parte di un magistrato con quarant’anni al servizio dello Stato”, promette. Salvo poi precisare che, in fondo, quella soggezione non sarebbe nemmeno un grande scandalo: “Ieri il mio omologo francese è stato assolto dall’accusa di abuso di autorità: era stato mandato a processo nonostante in Francia il pm dipenda dall’esecutivo. Ciò dimostra che la vera indipendenza è dentro di noi, è la legge morale ed etica”, afferma.
Il clima ecumenico si incrina solo con gli interventi dei consiglieri. Parlano in sette su trenta: quattro togati e tre laici, con tempi contingentati dal cerimoniale. Ad accendere le polveri è Mimma Miele, presidente di sezione della Corte d’Appello di Napoli, unica eletta della corrente progressista di Magistratura democratica: all’ordine giudiziario, ricorda citando a sua volta Mattarella, “è affidata la tutela dei diritti” per “garantire l’uguaglianza e la pari dignità delle persone”. E quindi, sottolinea, è “doverosa l’interpretazione delle norme di legge alla luce dei principi della Costituzione”, così come la “verifica di conformità al diritto dell’Unione europea, dotato di immediata ed obbligatoria efficacia”. Un riferimento evidente alla vicenda della giudice di Catania Iolanda Apostolico, vittima di attacchi dal governo e “schedature” politico-mediatiche proprio per aver disapplicato il decreto Cutro sulla base del diritto Ue. Non solo: “Il principio costituzionale di soggezione dei magistrati soltanto alla legge”, ricorda Miele, “impone di adottare i provvedimenti senza cedere a opinioni dominanti o interessi, in qualunque modo essi siano declinati. L’indipendenza della magistratura è costruita appositamente per far in modo che possano essere tutelati i diritti delle persone, anche dall’azione dei poteri pubblici, azione che non è assistita da presunzione di legittimità per definizione, neanche quando è sostenuta dalla forza e dal consenso“.
Opposto il punto di vista del laico di Forza Italia Enrico Aimi: il magistrato, dice, “non può spingersi fino allo stravolgimento delle leggi o, peggio ancora, alla creazione di nuovi diritti, indossando i panni di avanguardia militante dei propri ideali”. E incoraggia il ministro a portare a termine le riforme: la separazione delle carriere, “non più procrastinabile”, ma anche l'”affermazione concreta” della “presunzione di non colpevolezza, respingendo la pratica dell’adozione della custodia cautelare in carcere come strumento di pressione investigativa”. Un altro togato progressista, Tullio Morello di Area, porta invece nel dibattito il tema delle nuove valutazioni di professionalità dei magistrati, le cosiddette “pagelle”, basate anche sull’esito dei provvedimenti: “Si rischierà concretamente di aumentare la deriva burocratica e una pericolosa gerarchizzazione all’interno degli uffici. È un ulteriore pericolo di delegittimazione dei magistrati”, avverte. A difendere la riforma invece è Felice Giuffrè, costituzionalista eletto in quota Fratelli d’Italia: serve “un efficace e reale sistema di valutazione”, dice, perché quello attuale, che “vede la percentuale delle valutazioni positive intorno al 99 per cento, non consente di rafforzare la credibilità dell’ordine giudiziario”.
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