Il film di Giovanni Piperno non è solo l’intervista a Luciana Castellina, ma è costruito con materiali d’archivio custoditi all’Aamod (l’Archivio audiovisivo del movimento operaio democratico), una scelta fatta non di manifestazioni come viene fatto di solito per sottolineare l’epoca più vivace delle battaglie politiche, ma con i film «militanti» dei cineasti più vicini al partito, girati in 16 millimetri appunto, con l’obiettivo di dare la parola a chi era ai margini, firmati da Giuseppe Ferrara, Gianni Serra, Ettore Scola, Ugo Gregoretti, Giuseppe Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Ansano Giannarelli e anche da registi meno allineati come Damiano Tavoliere, Alberto Grifi in moviola, femministe come Rosalia Polizzi. E Zavattini in una formidabile scena finale.
IN QUESTO MODO, inserendo brani di film difficili da vedere altrimenti (un cinema di guerriglia a costo zero) e che mostrano una società ormai lontanissima nel ricordo, Piperno riesce a creare una serie di pause, di snodi e a non enfatizzare eccessivamente una tematica che si presta agli schieramenti, ai ricordi nostalgici anche se basterebbe la determinazione lucida di Luciana sempre puntata al futuro ad allontanare questa tentazione. Un momento chiave è il suo racconto della nascita del «manifesto» oltre che a causa dell’invasione di Praga da parte dei sovietici, quando una parte del Pci ebbe il timore che dal parlamento lo scontro di spostasse nelle fabbriche. La rivista esce nel 1969 e da quel momento inizia il processo di radiazione («Berlinguer ci disse che avremmo avuto spazio su Rinascita ma non si poteva tollerare una nostra rivista autonoma»). E fu una rivista di «eretici» con molti lettori che volevano mettere in discussione il partito e molti circoli del manifesto nati autonomamente in varie parti d’Italia: «Eravamo nel partito da 25 anni, non vedevamo un altro posto dove far politica, ma trovammo il ’68». CI SARÀ poi spazio anche per il racconto dell’epoca buia della politica italiana a seguire, culminante in una sezione di partito svuotata di ritratti di Lenin e Gramsci, con una bacheca da riempire che non sarà riempita. Se c’è un motivo per cui compare ancora la testatina «quotidiano comunista» su questo giornale, Castellina lo spiega bene:«Le grandi rivoluzioni del passato hanno fallito, la rivoluzione francese ha dato libertà senza uguaglianza, quella sovietica ha dato uguaglianza togliendo la libertà, ma sarebbe grave rinunciarci bisogna provare ancora a dare uguaglianza e libertà» * Fonte/autore: Silvana Silvestri, il manifesto