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Сентябрь
2023

«La Resistenza plurale fatta dagli stranieri o anche senza le armi»

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TRIESTE. “La Resistenza in Italia e in Europa” è il titolo della conferenza che vedrà protagonista lo storico e scrittore Carlo Greppi lunedì 2 ottobre alle 17.30 al Teatro Miela di Trieste, primo appuntamento della rassegna a cura del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste “Immagine e Storia. Conferenze e incontri sulla Public History”. L’incontro, a ingresso gratuito, moderato da Tullia Catalan (professoressa associata di Storia Contemporanea, DISU-Università di Trieste) e Massimiliano Spanu (professore associato di Storia del Cinema, DISU-Università di Trieste), è organizzato in collaborazione con La Cappella Underground, Bonawentura, Casa del Cinema di Trieste; seguirà la presentazione e proiezione del film “L’ombra del nemico” di Ole Christian Madsen: ambientato durante l'occupazione nazista della Danimarca, a Copenhagen nel 1944, il lungometraggio ricostruisce le imprese di due combattenti per la libertà i quali mettono segretamente in gioco le loro vite all’interno del gruppo di resistenza Holger Danske.

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A Carlo Greppi, dottore di ricerca in Studi storici all’Università di Torino, e autore di numerosi saggi sulla storia del Novecento, abbiamo rivolto alcune domande.

Come giudica la recente vittoria del Premio Campiello del libro ‘La Resistenza delle donne’ (Einaudi) di Benedetta Tobagi?

«Dimostra un risveglio di interesse nei confronti del tema dell’opposizione al fascismo e della partecipazione femminile alla Resistenza e in generale delle lotte del Novecento. Penso anche alla ‘Sibilla’ di Silvia Ballestra, che al Campiello è arrivata seconda (incentrata sulla vita della partigiana Joyce Lussu, ndr). Mi sembra che ci sia una tenuta dell’ambiente culturale che fa ben sperare, considerando che inizia l’ottantesimo della Resistenza in Italia».

E inizia con un partito di estrema destra al governo.

«La storia della Resistenza ha sempre avuto una sua attualità, ma nell’ultimo anno in particolare mi rende moderatamente ottimista che dall’ambiente che dovrebbe conservare e divulgare il portato etico e civile di quelle lotte venga una risposta che sa farsi sentire: penso ai libri ma anche alle iniziative che quotidianamente ci sono sulla Penisola che riguardano gli storici e che dimostrano grande vitalità delle Anpi, degli istituti storici della Resistenza, delle Università».

Come è cambiata la percezione della Resistenza nel corso degli anni?

«La memoria è stata tenuta viva in maniera altalenante. Prima c’è stato chi si è fatto alfiere di certe istanze che c’erano nella lotta di liberazione, successivamente altri hanno giudicato importante recuperare la dimensione unitaria della Resistenza. Nel corso degli anni si sono aggiunti vari tasselli, che vanno dal ruolo delle donne all’impegno di tutte le culture politiche e gli strati sociali, alle affiliazioni religiose».

In particolare lei si è occupato della partecipazione degli stranieri alla lotta di liberazione italiana. Chi erano?

«Ex prigionieri che si danno alla macchia intorno all’otto settembre o uomini e ragazzi delle forze armate tedesche, non necessariamente tedeschi che, arrivati in Italia come occupanti, successivamente disertano e si uniscono ai partigiani. Parliamo di 15 o 20 mila combattenti stranieri, circa uno su dieci dei combattenti della guerra di liberazione. Numeri considerevoli. Rispetto agli stranieri presenti nella guerra di Spagna sono circa il doppio».

Colpisce come la storiografia in questi ottant’anni non li abbia visti.

«Io ho lavorato sui partigiani tedeschi, ma ci sono casi più o meno noti come la Banda Mario che operava nelle Marche e di cui si è occupato Matteo Petracci (e a cui ha dedicato una puntata anche la trasmissione ‘Passato e presente’, visibile su Raiplay, ndr). Ma riunendo i vari tasselli locali si scopre un fenomeno generalizzato. Ci sono tanti italiani che combattono nelle resistenze europee, in Francia e in Jugoslavia in particolare, parliamo di un fenomeno che trascende i confini».

Recentemente anche i 600 mila internati militari in Germania sono considerati resistenti.

«Il termine Resistenza si è ampliato, compresa quella senz’armi. Con il loro rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale gli internati militari in Germania hanno tagliato le gambe al fascismo di Salò. Era più comodo aderire e poi darsi alla macchia piuttosto che rimanere in prigionia tra i morsi della fame e dello sfruttamento. Ci sono state tante forme di Resistenza, si poteva farla anche senza prendere le armi, come offrire soccorso ai perseguitati, qui penso alla storia del muratore che ha salvato Primo Levi e di cui mi sono occupato nel libro ‘Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo’ (Laterza).

Quali sono i nuovi filoni di indagine?

«È in uscita per Laterza una ‘Storia passionale della guerra partigiana’ di Chiara Colombini, che indaga i sentimenti dei partigiani e delle partigiane nel corso della lotta. In generale, rispetto a un’epoca in cui sono stati costruiti tanti santini della guerra partigiana, ci si sta concentrando sul vissuto di chi ha combattuto, abbandonando la storia politica e diplomatica, tornando agli esseri umani in carne e ossa. Mi auguro che gli storici siano più presenti come voci narranti, per mostrare i nostri strumenti e la nostra metodologia e condividere con chi ci ascolta la straordinaria avventura che è il sapere».






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