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Сентябрь
2023

La vita fantastica dei Persiana Jones, 35 anni di carriera celebrati con un disco

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Rivarolo Canavese

Nascono nel 1988 a Rivarolo Canavese come una band di ragazzi e quest’anno festeggiano 35 anni di carriera, passati in giro per il mondo, tra grandi festival e concerti sulla spiaggia, senza mai tradirsi: i Persiana Jones raccontano l’uscita del nuovo album, Una vita fantastica, con cui celebrano una carriera longeva e fuori dagli schemi tra lo ska e il punk.

A fare un bilancio è Beppe Carruozzo, il bassista, 63 anni, che ha dato vita a questa avventura con il fratello Silvio, alla voce, e con il chitarrista Bob Marini. Della band fanno parte pure Maurizio Planker alla batteria, fuoriuscito nel 2003 e tornato nel 2016, Fabio De Grazia alla chitarra e Yomar Cardoso al trombone.

Come è iniziata la lunga storia dei Persiana Jones?

«Abbiamo fatto tutto per divertimento, proprio come recita il nostro disco Just for fun del 2007 - racconta Carruozzo. - È nato tutto con la voglia di contrastare la noia della vita di provincia, eravamo giovani e sentivamo il bisogno di fare qualcosa di nuovo, così abbiamo cominciato a suonare, scegliendo un nome venuto fuori per caso durante una serata di festa. A ogni concerto ci dicevamo che avremmo cambiato nome, ma poi è sempre rimasto, anche se della dicitura iniziale, Persiana Jones e le tapparelle maledette, abbiamo eliminato la seconda parte. Ci confondevano con il genere demenziale che andava negli anni ’90 e non era quello che facevamo e volevamo. Nel mentre abbiamo mantenuto i nostri rispettivi lavori, ma il tempo libero e le ferie erano tutti per la musica. A farci durare così tanto ha contribuito la nostra filosofia, senza stravolgere il nostro modo di pensare: abbiamo privilegiato le situazioni che ci facevano stare bene a discapito di fama e grandi etichette. Non ci siamo mai traditi».

Dieci dischi all’attivo e due date in Piemonte nelle prossime settimane: come è nata l’ultima produzione?

«Il nostro precedente lavoro, l’ep del 2019 Ancora!, ci aveva riportato a suonare anche in Repubblica Ceca, poi nel 2020 ho avuto gravi problemi di salute. Nel periodo in cui sono stato in cura i ragazzi venivano a trovarmi, suonavamo in acustico ed è stato un momento di nuovi stimoli. Così l’anno scorso è venuto il momento di riprendere, di togliere la ruggine con due concerti e festeggiare la mia ripresa e la fine dei lockdown. A fine estate siamo tornati in sala prove e abbiamo cominciato a lavorare ai nuovi pezzi. Mentre lavoravamo ad un brano uscivano fuori tante variazioni da cui poi ne nascevano altri: in breve sono nate 13 tracce. È un disco che ci rappresenta, con un’impronta fresca, frutto della collaborazione con un produttore più giovane che ha lavorato sulle sonorità non perdendo di vista la nostra personalità. Anche se non vogliamo e possiamo tornare a tenere tanti concerti come una volta, circa 70 l’anno, avevamo voglia di tornare su un palco. Dopo le date di questa estate, stasera suoneremo a Ceresole Reale, alle 21, mentre il 13 ottobre saremo all’Hiroshima Mon Amour di Torino, per festeggiare ufficialmente i 35 anni di attività e presentare Una vita fantastica. Il disco è stato l’occasione per ritrovare vecchi amici: Madaski e Bunna degli Africa Unite, Nitto dei Linea 77, i Punkreas, Andrea Rock, Gian Maria Accusani dei Prozac e Sergio Berardo dei Lou Dalfin. Qualcuno sarà con noi a Torino. Come sempre ci siamo circondati di amici, stando attenti a cosa offrire a chi ci ascolta».

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La musica è universale, ma i vostri testi sono in italiano. Questo aspetto, però, non ha frenato il vostro successo all’estero, anzi. Qual è la fortuna dei Persiana Jones e qual è stato il momento della svolta?

«Riusciamo a far ballare la gente, è questo il nostro punto di forza, dalle arene con 60mila persone come a Bologna ai concerti per 20 persone in spiaggia in Normandia. Suonare all’estero ti mette alla prova, perché devi convincere con la musica, non con le parole. In Repubblica ceca, dove dal 2001 non abbiamo mai smesso di tornare, c’è anche chi ci ha detto che ha cominciato a studiare l’italiano per capire i nostri testi. La vera svolta, però, è arrivata con il disco Brivido caldo, a cui son particolarmente legato. Nacque in modo strambo, con tre pezzi per un provino con una major discografica, nel 1996. Alla fine, dato che avevano già prodotti due gruppi torinesi che erano stati un flop, ci scaricarono anche se eravamo piaciuti molto. Fuori, dei nostri fan ci chiesero l’autografo e questi pensarono fosse una tattica per impressionarli. A quel punto, per produrre il disco, fondammo la Uaz Records. Abbiamo venduto 20mila copie in tutto il mondo, dal Giappone ai college americani, solo con questo disco. Ad un concerto, qualche tempo fa, abbiamo incontrato gli stessi di quel provino e abbiamo regalato loro i nostri dischi. È stata una bella soddisfazione».

Tour in Europa e date sold out, ma rifareste tutto allo stesso modo. Quali sono stati i momenti indimenticabili?

«I concerti per noi cominciano quando carichiamo gli strumenti sul furgone e alcuni sono stati davvero indimenticabili». Beppe Carruozzo e i compagni dei Persiana Jones non hanno dubbi che, se potessero tornare indietro nel tempo, ripercorrendo questi 35 anni di musica, rifarebbero le stesse cose.
Apprezzati da un pubblico eterogeneo, hanno fatto ballare intere generazioni in giro per il mondo, con alcuni concerti che sono rimasti impressi nel cuore dei musicisti. «Trutnov, in Repubblica Ceca, in un’arena naturale davanti a 25mila persone, con un muro di cemento da 40 metri di altezza risalente all’Unione Sovietica come maxi schermo, dove abbiamo suonato con i Motorhead, e il frontman, Lemmy Kilmister, che aveva la sua roulotte di fianco alla nostra, è stato indimenticabile - racconta Beppe Carruozzo. - Ci spostavamo con gli sleeping bus e i furgoni e facevamo dei veri e propri tour de force. Poi ci sono gli Indipendent Days di Bologna, con Manu Chao, i Muse, gli Ska-P, gli amici degli Africa Unite. C’era il mondo e ci siamo esibiti davanti a 60mila persone. Nella Svizzera tedesca, invece, ai tempi in cui Schumacher vinceva sempre con la Ferrari, siamo arrivati in anticipo al concerto, sfatando i falsi miti sugli italiani imprecisi e ritardatari, tanto che gli organizzatori fecero una battuta che ricordiamo con piacere: “Abbiamo capito perché la Ferrari vince”. Nel 2004, invece, ci siamo esibiti più volte a Berlino, in Germania, che in Italia e a Torino. Ci siamo stancati, sì, ma rifarei tutto. E come me i miei compagni».

Siete consapevoli del successo ottenuto?
«Nel brano Brucia dentro si riassume la nostra esperienza, lo realizzi solo dopo quello che hai vissuto. Suonare mi ha cambiato la vita, mi ha arricchito, mi ha permesso di conoscere tanta gente ovunque, mi ha permesso di vivere esperienze uniche. Il punto massimo di soddisfazione per me, per esempio, è arrivato nel 2015, con un concerto a Londra, la mecca per chi negli anni Ottanta, come me, si è appassionato alla musica punk. Tornare a Londra come musicista è stata una grande soddisfazione».

Grazie alle piattaforme online di diffusione musicale, i Persiana Jones hanno la possibilità di vedere chi ascolta le loro canzoni: chi sono i vosti fan?

«Il nostro è un pubblico vario, soprattutto adulto, tra i 25 e i 35 anni, ma c’è anche cuna piccola fascia al di sotto dei 25 che dimostra di apprezzare la musica suonata, ben lontana dal trap che va di moda oggi tra i giovanissimi. Sotto la soglia dei 15 anni, invece, al massimo conoscono la nostra versione di Tremarella, di Edoardo Vianello. Negli anni 2000, grazie a Myspace, antesignano dei moderni social, avevamo conosciuto la figlia e così abbiamo scoperto che aveva la nostra versione come suoneria del cellulare. E stato divertente, lo è tutta questa “vita fantastica”, come il titolo del nostro album, che la musica ci ha permesso di fare». —






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