Inchiesta sullo spaccio di droga a Mestre, tutti scarcerati. Ecco perché
Ventisei misure cautelari per spaccio di droga a Mestre, di cui 10 in carcere e 5 ai domiciliari. Risale a inizio giugno l’operazione antidroga dei carabinieri di Venezia contro lo spaccio in città, soprattutto a Mestre e in via Piave.
Tutti coloro per i quali gli avvocati difensori (Mauro Serpico, Carlo Costantini, Alessandro Magaraci e Alberto Zannier) hanno presentato domanda, sono stati scarcerati.
I capi - al vertice del gruppo c’erano, per gli investigatori, alcuni albanesi - e anche i manovali, che invece erano di nazionalità tunisina. La decisione del tribunale del Riesame risale a tre settimane fa, e nei giorni scorsi sono uscite le motivazioni che spiegano perché è stato annullato il provvedimento cautelare.
L’inchiesta riguardava una serie di episodi di traffico e spaccio di droga tra il 2018 e il 2020, in particolare a partire dal 15 ottobre 2018 quando venne arrestato Guitni Badredine, trovato in possesso di 300 grammi di eroina e di un bilancino digitale. Badredine, dopo essere stato arrestato, forniva il telefono del proprio fonitore, Sarder Halim e attraverso il suo telefono era stato possibile ricostruire la filiera dello spaccio.
I motivi che hanno spinto il tribunale ad annullare la misura cautelare sono due: il primo riguarda l’autonomia di valutazione del gip che, a detta del Riesame, si esprime nello spiegare la gravità indiziaria degli indagati riproducendo «la medesima formula utilizzata dall’organo di accusa».
Il gip, secondo il Riesame, avrebbe quindi dovuto spiegare meglio le sue valutazioni relative alle richiesta della procura. Si legge in un passaggio delle motivazioni che se da un lato è comprensibile che il gip abbia riportato delle parti della richiesta di misure della procura per «esigenze di comodità ed economia espositiva, tenuto conto del numero dei capi di imputazione e delle condotte contestate», dall’altro avrebbe dovuto esplicitare meglio le sue considerazioni. Inoltre il collegio ha valutato che sia venuta meno l’attualità delle esigenze cautelari, «tenuto conto del lungo lasso temporale trascorso dai fatti per cui si procede (novembre 2018-marzo 2019) e della mancanza di elementi concreti da cui inferire il pericolo attuale di recidiva con riferimento agli odierni indagati».
Uno degli indagati, il tunisino Bassem Degachi, morì suicida nel carcere di Santa Maria Maggiore quando, già in carcere a Venezia e prossimo a uscire, ricevette la nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere.
