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Июль
2023

No, la Corte Suprema Usa non è reazionaria

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Sono sentenze significative quelle recentemente emesse della Corte suprema americana. E questo vale per almeno tre ambiti. In primis, la maggioranza dei togati ha de facto abolito la cosiddetta “affirmative action”: la pratica, cioè, di considerare l’etnia un fattore da tenere in considerazione nelle ammissioni universitarie. In secondo luogo, la Corte ha dato ragione a una web designer cristiana che si rifiutava di realizzare siti web che celebrassero i matrimoni omosessuali. Infine, ma non meno importante, i giudici hanno cassato il maxi piano di condono del debito studentesco, che era stato annunciato l’anno scorso dall’amministrazione Biden. In tutti questi casi, a prevalere sono stati i sei togati di nomina repubblicana, mentre le loro tre colleghe di designazione dem si sono schierate in senso opposto. Una situazione che ha portato il Partito democratico e lo stesso Joe Biden, oltre ad alcuni commentatori, a parlare di una Corte suprema spostata a destra, che starebbe agendo così per mettere i bastoni tra le ruote all’inquilino della Casa Bianca e per promuovere una linea reazionaria. Una narrazione semplicistica, assolutamente lontana dalla realtà. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, ricordiamo che i giudici della Corte suprema sono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: il che vuol dire che ci sono state epoche storiche in cui la maggioranza dei togati era di designazione dem e altre in cui era di designazione repubblicana. Gridare oggi allo scandalo perché sei giudici su nove sono stati nominati da un presidente del Gop non ha quindi senso.

In secondo luogo, bisognerebbe leggere le sentenze anziché giudicarle per sentito dire. Solo così è infatti possibile smontare le tesi di chi parla di una Corte suprema reazionaria. Entriamo nel dettaglio. Per quanto riguarda lo stop al maxi piano di condono del debito studentesco, promosso da Biden, la maggioranza dei giudici non si è espressa contro il merito del provvedimento: ha semplicemente stabilito che, varandolo, il presidente ha fatto ricorso a un potere di cui non disponeva, aggirando indebitamente l’autorizzazione del Congresso. Passiamo poi alla sentenza che ha dato ragione alla web designer cristiana: questa decisione non ha reso lecita alcuna discriminazione, come invece suggerito dallo stesso Biden. Ha semmai stabilito che, in virtù del Primo emendamento, una persona non può essere obbligata a produrre “contenuti espressivi” in contrasto con i propri convincimenti morali. In altre parole, l’autorità governativa non può ledere il diritto alla libertà di espressione. Infine, la maggioranza dei togati ha de facto cassato l’“affirmative action”, argomentando che questa (controversa) pratica non poggiava su obiettivi mirati e sottoponibili a un “severo controllo”. Questo vuol dire che, secondo i giudici, si fondava su presupposti e finalità troppo vaghi, rendendo quindi tale pratica in contraddizione con la clausola dell’eguale protezione davanti alla legge, sancita dal Quattordicesimo emendamento. Ricordiamo d'altronde che, sulla base di una precedente sentenza del 1978, il sistema delle quote etniche è incostituzionale negli Stati Uniti. E non è un caso che, negli scorsi anni, ben nove Stati avessero già vietato l’“affirmative action” (spesso ritenendo che introducesse in modo surrettizio proprio un sistema di quote).

Ora, si può ovviamente anche essere in disaccordo con il contenuto di queste sentenze. Ma, per farlo, bisogna muoversi in una logica corretta, anziché tirare in ballo delle categorie politiche che non c’entrano nulla. Dire che queste decisioni sono reazionarie e contrarie al progresso storico non ha alcun senso. Ricordiamo infatti che in seno alla Corte suprema americana si fronteggiano due filosofie giuridiche contrapposte. Da una parte, si stagliano gli storicisti che, solitamente di nomina dem, ritengono che la Corte dovrebbe garantire e tutelare presunti progressi sociali. Dall’altra parte, troviamo gli originalisti che, generalmente di nomina repubblicana, sostengono che la Costituzione vada interpretata in base al senso originario in cui fu scritta: originalisti sono, per esempio, Neil Gorsuch, Brett Kavanugh ed Amy Coney Barrett (tutti nominati da Donald Trump), oltre a Clarence Thomas (designato da George H. W. Bush).

Ebbene, al di là delle legittime opinioni che ciascuno può avere, è abbastanza chiaro che la prospettiva corretta sia quella originalista. Proprio tale orientamento garantisce infatti la tutela dello Stato di diritto, laddove l’orientamento storicista può indebitamente risentire di varie pressioni politiche e sociali. Non solo: va anche tenuto presente che, più che una dottrina, l’originalismo è una metodologia. E che non di rado giudici che la condividono si trovano in disaccordo tra loro nel valutare il medesimo caso. Nel giugno 2019, Cnbc rilevò per esempio che Gorsuch e Kavanugh (entrambi, ripetiamolo, nominati da Trump) fossero in accordo il 70% delle volte: ben al di sotto del 96% registrato da Elena Kagan e Sonia Sotomayor (entrambe designate invece da Barack Obama e di orientamento storicista). Senza poi trascurare che in varie occasioni gli attuali giudici di nomina repubblicana hanno emesso pareri in contrasto con gli interessi del partito a cui teoricamente avrebbero dovuto appartenere.

E comunque resta un fatto, che vale per il Partito democratico americano e per chiunque: si possono ovviamente non condividere e criticare le decisioni di un’istituzione, ma l’istituzione andrebbe rispettata sempre (non solo quando si esprime in linea con le proprie convinzioni ideologiche). Indubbiamente qualcuno si risentirà, citando gli articoli di ProPublica, secondo cui, Thomas e Samuel Alito (entrambi togati di nomina repubblicana) hanno accettato in passato viaggi e vacanze senza renderlo noto. Chiariamo subito che, per ragioni di opportunità, non avrebbero dovuto farlo o che avrebbero comunque dovuto mostrarsi maggiormente trasparenti. Resta però il fatto che, fino allo scorso marzo, le regole a cui i togati erano sottoposti in materia di divulgazione finanziaria risultavano, giusto o sbagliato che fosse, piuttosto blande e generiche. Infine, andrebbe anche ricordato che, secondo quanto rivelato dal Washington Examiner, ProPublica è stata fondata e finanziata dalla Sandler Foundation: un ente che “ha incanalato denaro in organizzazioni di sinistra che chiedono attivamente indagini su Thomas e sostengono l’aumento del numero dei giudici supremi” (una riforma, questa, da anni invocata da alcuni settori del Partito democratico americano, per annacquare il peso dei togati di nomina repubblicana). Ecco, chi sta cercando oggi di politicizzare la Corte suprema non sono forse esattamente i repubblicani.

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