Nives Meroi e le vette: «Il nuovo alpinismo non riesce a trovare il coraggio di fallire»
A Tolmezzo per il nuovo Festival Vie dei libri organizzato da Pordenonelegge sarà ospite domenica 2 luglio, alle 18, anche l’alpinista Nives Meroi, alla sua prima uscita pubblica dopo la spedizione di successo compiuta lo scorso maggio in Himalaya con il marito Romano Benet e gli altri due compagni di squadra Peter Hamor (Slovacchia) e Jan Bojan (Slovenia).
La spedizione mista ha condotto alla prima salita ad un Settemila lungo una via inesplorata – il cui nome è Diamonds on the soles of the shoes, con richiamo ad una nota canzone di Paul Simon e un riferimento ad un bivacco forzato affrontato in una grotta piena di cristalli brillanti di ghiaccio – sulla parete Ovest del Kabru IV (7318 metri), nel consueto stile pulito, senza portatori d’alta quota e senza ossigeno.
Siete riusciti a trovare su un Settemila quella dimensione di avventura pura di cui siete sempre andati alla ricerca?
«Certo. Ci siamo diretti su un “non Ottomila” perché salire su un Ottomila è diventato oggi troppo lontano dall’alpinismo che ricerchiamo: un alpinismo fatto con le proprie forze».
Intende dire scevro da ossigeno, portatori d’alta quota e ausilio di elicotteri?
«Sì, ma non solo. Gli Ottomila sono diventati appannaggio delle spedizioni commerciali. Per usare un’immagine semplice è quasi come attendere in coda al banco dei salumi con il biglietto.
Ecco che gli alpinisti con esperienza che cercano l’avventura pura, che contempla anche il fallimento, si dirigono verso altre montagne».
Esistono però anche altri versanti degli Ottomila da poter risalire.
«Certo, ma i costi sono altissimi e può succedere che gli alpinisti professionisti sacrifichino l’avventura scegliendo percorsi che diano più possibilità di successo per non scontentare gli sponsor e i follower».
Si può dire che abbiate concluso la vostra rosa dei 14 Ottomila appena in tempo?
«Possiamo dire di avercela fatta per un pelo, prima che tutto cambiasse radicalmente. Nel salire al Kabru IV avevamo sopra la nostra testa un costante traffico aereo di elicotteri-taxi diretti al Campo Base del Kangchenjunga, la terza montagna della Terra: una cosa incredibile. Davvero troppo».
Come è cambiato l’alpinismo in Himalaya?
«L’alpinismo è, come sempre, lo specchio dei nostri tempi e oggi l’acquisire esperienza è considerato una perdita di tempo: l’importante è arrivare subito al risultato, poco importa con che mezzi.
Basta fare un breve corso sull’uso dei ramponi e delle maniglie jumar al Campo base con gli sherpa, dopo esserci arrivati in elicottero, naturalmente. Manca il coraggio di fallire».
Una sorta di addomesticamento della natura a tutti i costi, un appiattimento delle montagne più alte della Terra?
«Sì, si pensa di addomesticare tutto con la tecnologia, che con essa si possa affrontare qualunque cosa. Con il percorso interamente preparato dagli sherpa e con le bombole di ossigeno da otto litri al minuto di quanto abbassi l’Everest?»
Si abbassa, ma di certo non si eliminano i rischi: quest’anno ci sono stati, solo sull’Everest, diciassette tra morti accertati e dispersi. Quindi si pecca di hybris, per dirla con i greci?
«Proprio così. E aggiungo: il tema di domenica a Tolmezzo è quello della solidarietà tra le persone in natura, giusto?
Ecco, il record di morti c’è perché nella grosse spedizioni commerciali i clienti non si conoscono neanche fra di loro e ognuno va per sé.
Anche se c’è uno sherpa e mezzo per cliente è chiaro che in certe situazioni non si possono fare miracoli.
Non c’è alleanza tra le persone e si delega tutto ad un’entità astratta che viene chiamata “gruppo” ma che tale non è. In una spedizione affiatata, grazie anche all’esperienza maturata negli anni, nel momento in cui le cose si fanno difficili ciascuno bada, oltre che a sé stesso, anche ai compagni: è l’alleanza che vince, ce lo insegna la natura.
Se non c’è unione di intenti si è esposti a più rischi: direi, molto semplicemente che mancano buon senso e consapevolezza».
