Villa Correr Dolfin e la mappa Pasiani: il mistero dell’antico documento perduto
PORDENONE. Sono finalmente iniziati i restauri di Villa Correr Dolfin a Porcia, e in contemporanea l’associazione culturale “Il Tulipifero” lavora a un progetto, “Una Villa due Famiglie”, che mira a ricostruire con un’accurata indagine storica – mediante un videodocumentario, una mostra ed un convegno – l’affascinante storia di due antiche dinastie del patriziato veneziano, i Correr ed i Dolfin.
I Correr e i Dolfin
I primi promossero la costruzione del monumentale complesso di Rorai quale prestigioso suggello di un’imponente proprietà fondiaria estesa dalla pedemontana maniaghese sino a Porcia e quando s’estinsero nel 1871, subentrarono loro i Dolfin, il cui ultimo esponente, il conte Enrico, si spense nel 1992.
Uno dei motivi per cui i Correr negli anni trenta del Seicento accentrarono i propri interessi economici nel Friuli occidentale, oltre all’acquisto di terreni agricoli, fu l’utilizzo del canale artificiale “Brentella” inizialmente realizzato per garantire risorse irrigue ai magredi e quindi utilizzato per la fluitazione del legname proveniente dalla Valcellina (in vernacolo le “faghere” destinate ai forni delle vetrerie di Murano).
Alla confluenza della Brentella nel Noncello esse venivano stoccate e caricate sui “burci” che le portavano a destinazione tramite l’idrovia Noncello/Meduna/Livenza.
L’incarico a Pasiani
Costruita la villa, quale residenza di campagna e luogo di villeggiatura, secondo un diffuso costume dell’aristocrazia veneziana (celebrato nelle proprie commedie anche dal Goldoni), Giovanni Correr nel 1782 incaricò il perito Francesco Pasiani di tracciare l’intero sistema dei collettori irrigui che attingendo al Cellina raggiungevano le singole località dell’alta pianura pordenonese ed il cui perno era appunto costituito dalla roggia Brentella.
Quel tecnico rivela una certa sensibilità paesaggistica: la mappa (delle dimensioni di metri 5 X 3) è infatti costellata di deliziose vignette che ritraggono i singoli abitati con le cortine, le chiese, strade e mulini sino all’approdo sul Noncello nella località che tuttora è nota per il trasparente toponimo” dogana”.
La memoria smarrita
Nel 1848, Caterina, figlia di Giovanni Correr, podestà per oltre vent’anni di Venezia, brillante esponente della società lagunare ed ultimo del ramo di Santa Fosca, sposò Carlo Dolfin, la cui famiglia s’insediò nella villa di Rorai subentrando anche nella gestione dell’azienda agricola.
Quanto alla fluitazione ed al commercio del legname, nella concessione governativa subentrò nel 1873 un ricco mercante della Val Tramontina, Domenico Zatti, la cui famiglia proseguì sino ai primi decenni del Novecento quando il trasporto divenne più agevole ed economico su strada.
Quella che verrà poi definita la “mappa Pasiani” rimase ai Dolfin ma se ne smarrì la memoria sin a quando fu oggetto d’un occasionale rinvenimento nella soffitta della barchessa di Rorai.
Il ritrovamento e lo studio
Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso due studiosi di storia locale, il compianto dottor Giulio Cesare Testa e l’avvocato Alberto Cassini, furono incuriositi da un lungo e corposo rotolo appeso ad una capriata del tetto e ritenendo, date appunto le dimensioni, si trattasse di un’antica pala (superstite testimonianza dell’imponente quadreria del palazzo veneziano dei Dolfin) ne proposero al conte Enrico la ricognizione.
Con sorpresa emerse non un dipinto bensì la mappa della Brentella che fu trasferita al Museo Ricchieri per poter compiere un’approfondita indagine con la collaborazione del direttore Gilberto Ganzer e del conservatore Angelo Crosato. Successivamente venne (purtroppo) resa ai proprietari.
Patrimonio perduto
Nelle intricate vicende che caratterizzarono la successione del dottor Enrico e di sua sorella Bianca Maria Dolfin se ne persero poi le tracce e vane si sono rivelate le ricerche presso gli eredi, alcuni dei quali ne ignoravano persino l’esistenza.
Questa mappa (e non solo per le inusuali dimensioni) costituisce un unicum nella pur ricca cartografia storica del Friuli occidentale e non trova riscontro in analoghi manufatti neppure nei musei veneziani ed in quelli della terraferma veneta.
È auspicabile che questo singolare documento – per i suoi peculiari riferimenti localistici non dovrebbe suscitare neppure un particolare interesse nel mercato antiquario al di fuori del Friuli – riemerga dalle nebbie e venga acquisito al patrimonio storico artistico della nostra comunità, magari esponendolo nella restaurata villa di Rorai (e restituendogli così la propria originaria collocazione). —
