Da Trieste all’Adriatico viaggi e cose di casa negli scatti di Ennio Cervi
Tre libri per raccontare il proprio impegno nella pittura, nella fotografia e nella progettazione di edifici e monumenti. L’architetto Ennio Cervi racconta la propria vita professionale offrendo al lettore il secondo atto di questa trilogia. Il primo, dedicato ai disegni e alla pittura, era uscito tre anni fa. Il terzo è in gestazione. Ora è stato stampato il volume dedicato alle “Fotografie” che riempiono un centinaio di pagine e hanno una forza espressiva che non ha richiesto né didascalie, né date, né attribuzioni di luoghi. Sono immagini di mare, di barche da pesca del tempo che fu, di bitte opache, fuse con la ghisa; e poi reti poste ad asciugare, selciati che si interrompono all’estremità di una banchina, riflessi nell’acqua, prue e catene.
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L’antico bianco e nero della pellicola contraddistingue la prima parte del libro- stampato da Franco Rosso Editore - dove i formati verticali hanno l’assoluta prevalenza. Lo stesso formato occupa anche la sezione più recente dedicata al colore, sempre saturo e segnato da una costante ricerca di armonie tra masse e vuoto. In altri termini l’essenzialità è presente in ogni inquadratura.
Come aveva scritto Giulio Montenero nella prefazione del volume sulla pittura, “Ennio Cervi immette nelle opere più recenti elementi della propria progettualità di architetto razionalista”. Del resto col razionalismo Cervi si era confrontato fin dai primi passi del suo percorso professionale, quando da giovane laureato aveva collaborato con il padre Aldo, anch’egli apprezzato architetto, impegnato nella progettazione degli interni degli ultimi transatlantici assieme ai colleghi Umberto Nordio, Vittorio Francoli e Romano Boico. Quelle navi bianche si chiamavano Galileo Galilei, Guglielmo Marconi, Oceanic e Raffaello e avevano rappresentato il “canto del cigno” della cantieristica triestina e monfalconese nel settore passeggeri. Agli allestimenti degli stessi interni di questi transatlantici avevano contribuito artisti del valore di Marcello Mascherini, Nino Perizzi, Carlo Sbisà, Dino Predonzani, Vittorio Bergagna e Livio Schiozzi e Ennio Cervi si era confrontato con le loro realizzazione: forse all’inizio ne aveva subito l’influsso ma ben presto il suo percorso artistico era divenuto del tutto autonomo e originale. Il suo orizzonte, come testimonia questo lavoro fotografico, si è ristretto “alle cose di casa”, all’Adriatico e a Trieste, con poche divagazioni rappresentate da viaggi dov’è riconoscibile Venezia e poco altro. L’acqua continua comunque ad essere uno dei motivi dominanti delle sue fotografie e rimanda come lo stesso architetto ha raccontato, alla sua fanciullezza, quando il nonno, comandante dei piroscafi del Lloyd , lo accompagnava spesso, forse anche ogni giorno, sulle banchine della Sacchetta non ancora trasformata in un indifferenziato “parcheggio” di imbarcazioni da diporto. All’epoca in quello specchio di mare, erano ormeggiati vaporetti in disarmo, maone arrugginite, qualche rimorchiatore costruito in legno col fumaiolo nero e lo scafo dipinto di grigio. Pescatori seduti a terra, sul selciato, rammendavano le loro reti. Le garitte in cemento attendevano i militari della Guardia di finanza. A terra piccoli scafi venivano rabberciati in inverno e alle zattere della canottiere, nelle giornate di bora si affiancavano le barche di alcuni pescatori. Questo è il mondo e questi sono i colori che hanno segnato i quadri e le fotografie di Ennio Cervi.
Ora lo attende la fatica di completare il terzo volume, quello legato ai suoi progetti che non sono pochi. Va citato la ristrutturazione e il restauro di palazzo Rittmeyer, sede del Conservatorio di musica Giuseppe Tartini; la progettazione del museo della Comunità Ebraica, il recupero del giardino di piazza Libertà e la sistemazione dell’area adiacente alla foiba di Basovizza con l’annessa realizzazione del monumento e del centro di documentazione. Ma sarebbe interessante conoscere anche i progetti o solo i primi schizzi tracciati a mano, di qualche lavoro interrotto, rinviato o incagliato non si sa per quali ragioni.
