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Май
2023

La Nutella è meno dolce nei Paesi ex comunisti delusi dal capitalismo

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Che dire dell’idea d’Europa? si chiedeva George Steiner nel 2004. “L’Europa è i suoi caffè”, era la sua lapidaria e celebre conclusione. Identificava nei caffè di Lisbona, di Trieste o di Odessa, il luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo, insomma, della cultura europea.

Quell’idea è solo il primo passo che muove la scrittrice croata Slavenka Drakulić nel suo “Ritorno al caffè Europa”, scritto nel 1996 e adesso per la prima volta tradotto in italiano e pubblicato da Keller (pp. 316, euro 18,50) nella traduzione di Giulia Marich. Il sottotitolo “Come sopravvivere al post-comunismo” dice con precisione l’intento dell’autrice: descrivere l’Europa emersa dal collasso del blocco comunista, che aveva lasciato gli europei dell’Est in un iniziale stato di shock, seguito da euforia e infantili speranze. Quasi trent’anni dopo, Drakulić torna a visitare questo libro per capire come appare oggi l’ex mondo comunista. Cosa è successo a quei paesi del blocco sovietico che sognavano l’Occidente? È rimasto un “noi” a tenerli insieme?

A un primo sguardo, l’Europa sembra cambiata in meglio: gli Stati ex-comunisti hanno completato la transizione verso la democrazia, i confini sono stati aboliti, sono arrivati la libertà e i diritti umani, assieme ai supermarket pieni di prodotti che nell’Est non si erano mai visti. Nei caffè l’arredamento è nuovo, c’è più luce, si serve il caffè espresso e nessuno legge più i giornali cartacei, la gente è vestita meglio. Eppure non mancano le crepe, le prime nate dalla crisi finanziaria del 2008, e quelle più profonde portare dall’emergenza dei migranti nel 2015.

Leggendo le pagine diDrakulić, così come quelle dell’autrice albanese Lea Ypi in “Libera” (Feltrinelli) o dello scrittore tedesco Lukas Rietzschel in “Battere i pugni sul mondo” (Keller), per citare solo alcuni esempi, appare chiaro come gli autori cresciuti nell’ex blocco sovietico siano più attrezzarti per raccontare quello che sta succedendo all’Europa.

Questa maggiore prontezza la potremmo attribuire a una familiarità con la Storia complessa, a un rapporto contradditorio con la questione dell’identità, o forse semplicemente all’aver attraversato le derive peggiori del comunismo sognando le libertà occidentali, per poi ritrovarsi invischiati nelle conseguenze del turbo capitalismo da Far West. O forse è solo che dai margini dell’Europa si vede meglio il suo cuore. Drakulić sa che, nell’animo dei cittadini dell’Est, la speranza di una vita felice senza il comunismo era stata sostituita dalla delusione, dalla povertà, dalla corruzione e dalla sfiducia nella classe politica. In breve tempo avevano capito che non tutti sono europei allo stesso modo, alcuni lo sono più di altri. È capitato con il cibo: le etichette erano le stesse, ma i bastoncini Findus in Ungheria contenevano meno merluzzo di quelli venduti in Francia, la Nutella era meno dolce, il Nescaffè diverso. L’apartheid del cibo è solo uno degli elementi che hanno offerto un trampolino al populismo nazionalista dei leader dell’Est, e loro hanno afferrato al volo l’opportunità di alimentare sentimenti antieuropeisti. Drakulić guarda al #metoo o alle pratiche di acquisto di una proprietà per mostrare le differenze tra Est e Ovest, e per indagare quello che sta accadendo all’Europa: la perdita di memoria, la xenofobia. Ricordiamoci della Jugoslavia, esorta. Non così tanto tempo fa, mentre il resto d’Europa si univa, il più fiorente e libero degli Stati comunisti si sgretolava in guerre sanguinose. E paradossalmente è stata proprio la mancanza di dispotismo sovietico ad aver impedito agli jugoslavi di sviluppare quelle forme clandestine di resistenza all’autoritarismo che invece erano vive in Cecoslovacchia o in Polonia. Così il nazionalismo era dilagato. Drakulić racconta Merkel e Orban: due leader cresciuti sotto il comunismo e nati politicamente in sua opposizione, ma con un’idea di esercizio del potere opposta. La predita di consenso di Merkel coincide con l’ascesa di Orban. Il punto di svolta è lo stesso: i migranti. Mentre la Cancelliera dichiarava: «Se l’Europa fallisce con la questione dei rifugiati, non sarà l’Europa che avevamo immaginato», Orban alzava il filo spinato. Mentre la Mutti della Ddr apriva le frontiere della Germania, guidata dalla sua educazione luterana e dall’odio per qualsiasi confine, mentre si faceva fotografare con i rifugiati per rassicurare i tedeschi (quelli dell’Est di cui conosceva bene la frustrazione), Orban manipolava il desiderio di paesi che avevano sofferto occupazioni, pulizie etniche, reinsediamenti di minoranze, grandi alienazioni di territorio, e ora volevano avere uno Stato nazionale indipendente e una popolazione il più omogenea possibile. Drakulić racconta l’Ucraina quando ancora nessuno si interessava all’Ucraina; Praga nell’anno dell’imbarazzata commemorazione dell’invasione russa; la Croazia (ma anche l’Italia) dove i giovani se ne vanno non solo per mancanza di lavoro ma anche di fiducia nella possibilità di un futuro, mentre i governi creano i ministeri della Demografia! E ricorda una piccola verità all’Europa: le guerre non finiscono con la fine delle battaglie, continuano a vivere nei documenti di proprietà, nei dubbi, negli incubi e nelle paure, per generazioni.






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