Venezia, alla pro Biennale un quadro di Gay ispirato da Italo Calvino
VAL DI CHY. C’è un po’ di Canavese alla pro Biennale di Venezia, al padiglione Spoleto, fino al 9 maggio. Tra le opere esposte alla mostra che ha visto la partecipazione di Vittorio Sgarbi, il contributo di Francesco Alberoni, Paolo Liguori, Salvo Nugnes e del presidente della Regione veneta Luca Zaia,alla pro Biennale di Venezia ce n’è una di Ernesto Gay, 73 anni, artista di Alice Superiore. Si tratta dell’opera dal titolo “Il castello dei destini incrociati”, dall'omonimo racconto di Italo Calvino a cento anni dalla sua nascita.
Ernesto, come nasce la sua partecipazione alla pro Biennale di Venezia?
«Nasce dalla collaborazione con la galleria La Bomboniere di Sanremo. Attraverso questa galleria sono approdato a Venezia».
Ci può dire qualcosa del dipinto esposto?
«È stato da me creato nel 2019. È un olio su cartoni telati utilizzando cerniere lampo, spilli.... Il tutto è applicato su di un pannello di multistrato».
Lo stile?
Sorride. «È il mio, viene dalla mia storia e dai miei interessi. Fantasia, gioco, simbolo, il tema del fantastico». Utilizziamo, allora, le parole di Nugnes: “Nell’arte di Ernesto Gay si può scoprire un mondo parallelo, dove le cose non appaiono come sono normalmente, ogni elemento si riveste dell’incanto di un discorso narrativo fantastico che apre gli orizzonti della mente di chi osserva. Si scopre così che ogni cosa può acquisire un nuovo significato, indossando lo sguardo giusto».
Come nasce il suo interesse per l’arte?
«Premetto che dell’arte mi ha sempre interessato tutto. Io vengo dal teatro. Ho frequentato e vissuto intensamente quel mondo per tanti anni. Dopo la scuola da attore al teatro stabile di Torino sono stato tra i soci fondatori ed attori del Teatro del Sole. Lì ho recitato una decina d’anni. Seguivamo living theatre, sperimentavamo, scrivevamo spettacoli, giravamo i teatri e l’Europa . Scrivevo testi, recitavo, ballavo mi muovevo molto bene. E poi assistevamo a tantissimi spettacoli. Ricordo uno spettacolo a teatro di un Roberto Benigni che non conosce nessuno. Ero rimasto scioccato da quello spettacolo: lui in scena con un fazzoletto bianco e il viso nascosto».
Parliamo degli anni Settanta e inizio Ottanta.
«Sì. Dopo aver incontrato e lavorato per Jan Dubuffet, il padre dell’Art Brut, ed aver lavorato come mimo nell’opera lirica e nel teatro dialettale, ho cambiato vita. Ho lasciato Torino e sono venuto a vivere in Valchiusella».
Come l’aveva scoperta?
«Ero venuto una volta in inverno, con la neve. Ero stato qui un fine settimana, il lago di Alice era ghiacciato, si sarebbe potuto pattinare. E avevo amato questi paesaggi. Allora poi ero tornato anche nelle altre stagioni. E così, avendo deciso di lasciare radicalmente il mondo del teatro e cambiare completamente vita, ho scelto la Valchiusella. Abito ad Alice Superiore, oggi Comune di Val di Chy. Da allora sono passati circa quarant’anni».
E l’arte?
«Sì. Ecco, dicevo della mia esperienza a teatro. Sono sempre stato affascinato dalle scenografie, dai costumi, dagli arredi di scena. Adoravo disegnare e lo facevo in continuazione. H o sempre amato i colori e tutto ciò che è pittura. Perciò direi che il passaggio alla pittura è stato per me naturale. E non ho più smesso. Ho cominciato a esporre. Ricordo la mia prima mostra e la sorpresa nel ritrovarmi con tutti i quadri venduti. Da allora non mi sono più fermato».
Prossimi progetti?
«Da amante del teatro, adoro Shakespare. Per il futuro ho in cantiere la creazione di un ciclo di dipinti, almeno dieci, ispirati alle sue opere. Mi piacerebbe poi esporle a Stratford-upon-Avon. Chissà». —
