Enzo Valentinuz, condividendo anima e talento l’arte diventa una comunità
«Nel percorso di un artista ci sono tanti incontri-dettagli che arricchiscono la vita, il lavoro, la creatività. Piccoli passi che, nel tempo, ci fanno percorrere molta strada. Nessun artista può dirsi indifferente alle influenze e contaminazioni. Nel percorso espositivo ho creato un viaggio nel quale le mie opere e la mia persona sono in dialogo con chi desidera approfondire la comprensione e la conoscenza. Non credo nella figura dell’artista algido e altero, chiuso nella sua torre d’avorio. Al contrario, chi possiede il talento di esprimersi attraverso diversi linguaggi artistici può avere e dare la gioia della condivisione. Ritengo che un’opera d’arte sia sempre una parte dell’artista che la pensa e la realizza. Che cosa ne agevola dunque la comprensione se non il contatto con l’uomo o la donna che ne è l’artefice?».
In alcuni passi della conversazione tra Enzo Valentinuz e Margherita Reguitti, pubblicata nel catalogo della mostra “Dettagli” del 2018 tenutasi al Palazzo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, emergono alcune delle parole chiave che permeano non solo le opere dell’artista isontino scomparso improvvisamente alcune settimane fa, ma anche la sua personalità: comprensione, conoscenza, condivisione, creatività.
Concetti questi che si ritrovano in un fare artistico che ha fatto dell’approfondita conoscenza di un territorio primitivo e affascinante come il Carso, la propria cifra stilistica, rintracciando nella memoria storica di questi luoghi, l’ispirazione per il proprio lavoro. «Un rapporto forte ed essenziale», per usare le sue stesse parole, che porta alla comprensione di una storia e di un tempo che hanno lasciato tracce talmente profonde da voler essere condivise con chiunque sia disposto ad accogliere la sua creatività fatta di schegge, frammenti, scaglie di pietra, dalla grande forza espressiva ed originalità.
Enzo Valentinuz amava condividere il suo lavoro, il suo tempo, la sua arte e l’abilità tecnica, la sua storia artistica e umana, fatta di momenti importanti e battute d’arresto. Frequenta l’Istituto d’Arte Max Fabiani di Gorizia nella seconda metà degli anni Sessanta, allievo di Cesare Mocchiutti che ricorderà sempre con grande stima: «Non provai un’attrazione particolare per la pittura né per le materie associate ad essa, mentre poi, sotto la guida del Maestro Mocchiutti, cominciai a capire molte cose e mi fu chiaro come dovevo agire sulla composizione, sull’organizzazione dello spazio davanti a un foglio bianco». Successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia con i pittori Bruno Saetti e Carmelo Zotti. La sua espressività artistica è contraddistinta dalla materia, prima l’affresco, poi il graffito su intonaco.
La prima personale risale al 1968, partecipa a concorsi nazionali dove ottiene importanti riconoscimenti e inizia un’intensa attività espositiva, che si interrompe, per scelte personali, nel 1973. Nei tre decenni successivi coltiva l’arte leggendo, studiando, frequentando musei e gallerie. Ma l’occasione per riprendere confidenza con gli strumenti dell’arte, «per riprendere a dare un senso alla mia vita, al mio essere» arriva nel 2004 quando il suo comune d’origine, Romans d’Isonzo, gli propone di aprire uno studio di pittura murale, dove illustrare, con esempi pratici, la nascita di opere d’arte realizzate con l’affresco e il graffito su intonaco.
Inizia così una felicissima stagione contraddistinta da un intenso lavoro in cui sviluppa diversi cicli, “Arazzi carsici”, “Frammenti d’intonaco”, “Scacchiere della Grande Guerra”, “Carsiane”, solo per citarne alcuni. Ai graffiti accosta la pietra calcarea usata ora come elemento pittorico, incroci, sovrapposizioni di materia o di pietra definiscono composizioni dove l’attesa è necessaria per la sedimentazione di immagini e pensieri. «La materia che Valentinuz trasforma – sottolinea Francesca Agostinelli - diviene metafora di altro: racconta, negli intonaci, stratificazioni e affioramenti propri di memorie e vissuti lontani; ricorda, nelle pietre del Carso, la violenza dell’uomo sull’uomo e l’insulto al Creato».
All’attività artistica vera e propria, che si arricchisce anche del suo inserimento all’interno di un gruppo di mosaicisti internazionali con cui partecipa a diverse edizioni della rassegna internazionale Musiwa e alla Biennale internazionale del mosaico contemporaneo di Auray in Francia, Valentinuz affianca quella dei laboratori d’arte per bambini e adulti e la collaborazione con la Comunità terapeutica "La Tempesta" di Gorizia, che si occupa di persone con problemi di tossicodipendenza, assieme all’artista Luciano de Gironcoli. Un’esperienza che Enzo vive con gran impegno e soddisfazione, grazie anche all’innata capacità comunicativa e di insegnamento, alla sintonia che era riuscito a instaurare con gli ospiti della comunità e ai risultati ottenuti, come ricordato con affetto da un operatore della comunità in una lettera, resa pubblica dalla famiglia nei giorni scorsi sulla pagina facebook dell’artista: «Ancora, recentemente aveva dato la possibilità ad una nostra ospite, artisticamente talentuosa, di frequentare il suo laboratorio e di apprendere da lui i segreti del mestiere e al contempo aprire la strada a che la persona potesse seguire il suo desiderio vitale, contrapposto alla distruttività del modo di vivere precedente. Per la Comunità questo era Enzo, rigoroso ma umano, capace di scherzare ma, al contempo, capace di rispettare il contesto in cui sapeva di trovarsi. E non è una cosa da tutti».
E come non ricordare la felicità per il nuovo laboratorio, sempre a Romans, inaugurato solo un anno fa, le recenti mostre allo Spazio Make di Udine, alla galleria La Bottega di Gorizia, e l’ultimissima, conclusasi il 10 aprile, solo pochi giorni prima della sua scomparsa, intitolata “Equilibri” e allestita nella Sala Gacma di Cappella Maggiore a Treviso.
«Enzo aveva ancora in piedi tantissimi progetti - ricorda l’amico e collega Luciano de Gironcoli - a fine maggio è in programma un’esposizione a Venzone con opere di Enzo, di Nadia Blarasin e mie. Sono dell’idea che la vita dell’arte deve continuare, la sua arte deve continuare ed essere tra di noi e con noi».
