Mark Kramer (Università di Harvard): «Non ci sarà una guerra atomica, Putin avrebbe tutto da perdere»
Prende il via giovedì 9 marzo, a Udine, il Forum Internazionale “Terre di confine: dalla Guerra fredda ai conflitti del nostro tempo.” Un evento che si svolgerà fino a sabato tra Udine e Gorizia, città strategiche negli anni della Guerra fredda per rileggere il ruolo chiave dei territori di confine, con una quarantina di studiosi di tutto il mondo.
Il Forum, promosso dagli Atenei di Udine e di Harvard, sarà aperto in seduta pubblica alle18 nel Salone del Parlamento del castello dalla lectio dello storico e analista Mark Kramer, direttore del centro Studi sulla Guerra fredda dell’Harvard University.
Quella della Guerra fredda è una delle pagine più importanti e significative della storia del secolo scorso, iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale e l’instaurazione di quella cortina di ferro, come la definì Winston Churchill, che con un confine che andava da Stettino a Trieste, divise per quasi quarant’anni l’Europa in due: il mondo libero, l’America e i suoi alleati e il blocco comunista dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Europa orientale liberati dall’Armata Rossa.
«Una guerra caratterizzata – così il professor Kramer – da tre aspetti ben precisi. La presenza di due super potenze, come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti che si contendevano il controllo del mondo.
Una forte componente ideologica che caratterizzava i due ambiti sociopolitici e che andava difesa e salvaguardata: vale a dire da una parte l'ideologia marxista -leninista incarnata nel socialismo sovietico e dall’altra il capitalismo democratico che aveva nell’America il suo punto di riferimento principale.
Due ideologie contrapposte e inconciliabili, per due sistemi sociali ed economici che comportarono anche la divisione dell’Europa in due ben distinte sfere di influenza, l’Oriente con la Russia e gli stati satelliti e l’Occidente a guida americana, che nel corso degli anni si concretizzò poi nei due blocchi del Patto di Varsavia e della Nato».
«Una situazione mondiale che registrò non poche tensioni internazionali, tanto da rischiare il baratro di un conflitto mondiale. «In particolare con la crisi di Cuba del 1962 – ancora il cattedratico di Harvard – quando lo stesso leader cubano Fidel Castro il 27 ottobre scrisse una lettera al capo del Cremlino, Nikita Krusciov, chiedendogli di usare l’atomica contro gli Usa.
Quello fu sicuramente l’apice di una tensione che nel corso degli anni aveva visto altri momenti drammatici, come quello tra Italia e Jugoslavia che furono vicinissime a scontrarsi in un conflitto armato a tutti gli effetti per il controllo di Trieste, nel 1953, uno scenario esplosivo sventato grazie all'intervento dietro le quinte delle potenze occidentali.
Per non parlare poi delle forti migrazioni di popolazione dall’Europa est verso l’ovest, come l’esodo istriano e dalmata, e con gli oltre dieci milioni di tedeschi che dovettero abbandonare la Polonia e altri paesi del blocco sovietico».
Un pericolo di una nuova guerra mondiale, che potrebbe essere scatenata dalla guerra in Ucraina, che secondo Kramer, l’Europa e il mondo in questo momento non corre: «Le minacce di Putin e del suo entourage non sono suffragate da ragioni sostenibili per la Russia oggi, che da una guerra atomica avrebbe tutto da perdere. Molto più pericoloso considero in questo senso l’atteggiamento di Kim Jong-un, leader della Corea del Nord».
Del resto la situazione dell’Europa oggi, così segnata dal conflitto ucraino non è minimamente paragonabile con quella dell’epoca della Guerra fredda, perché siamo di fronte a un'invasione contro uno Stato sovrano da parte di un altro stato.
Quella di Putin è una sorta di rivendicazione a far ritornare la Russia quella superpotenza potenza che oggi non è più. Surclassata non solo dagli Usa, l’unica superpotenza, in grado cioè di controllare militarmente tutto il mondo, ma anche da Cina, India..».
Come è mancato, se è mancato l’Occidente nel prevenire questa guerra?
«A posteriori – conclude Kramer – ci si può chiedere se le incursioni russe in Ucraina nel 2014 e nel 2022 si sarebbero potute evitare qualora i governi occidentali avessero risposto in modo più deciso e coerente alle ripetute violazioni dei confini dei Paesi vicini da parte della Russia a partire dai primi anni ’90.
Intenzionalmente o inavvertitamente, dopo il 1991 i leader occidentali hanno dato l’impressione di considerare le ex repubbliche sovietiche come parte di una sfera di influenza russa, approccio che ha dato adito a un “azzardo morale”».
