Famiglia assente e niente scuola, ecco come nascono le baby gang
MANTOVA. Abbandono scolastico, famiglie assenti o incapaci di tramettere valori positivi, aridità culturale e mancanza di interessi uniti a contesti sociali degradati. Sono gli elementi che influiscono sulla condizione di molti giovani in Italia. E che spesso conducono i ragazzi, anche in età molto acerba, ad abbracciare comportamenti criminali fino a confluire in organizzazioni mafiose al Sud, mentre al nord si consolidano in baby gang pronte a delinquere anche solo per il gusto di farlo.
Un quadro a tinte fosche quello uscito giovedì sera a Gazoldo degli Ippoliti dove, nella Villa Comunale, si è aperta l’ottava edizione della rassegna “Raccontiamoci le mafie” organizzata dall’amministrazione comunale in collaborazione con Avviso Pubblico. A sviscerare il complesso tema della “condizione giovanile italiana tra agio e disagio” sono stati lo storico e saggista Isaia Sales, autore del libro “Teneri assassini”, il procuratore del Tribunale dei minori di Milano, Ciro Cascone e la pedagogista Maria Luisa Iavarone. Sales nel suo libro si è concentrato sulla realtà di Napoli evidenziando come Napoli si presti a una lettura qualitativa della violenza giovanile per una serie di caratteristiche che la differenziano, ad esempio, dalle metropoli del nord come Milano: «Prima di tutto – ha detto – il 90% dei giovani dediti ad attività criminose sono autoctoni, mentre al nord nel 50% dei casi parliamo di bande composte da stranieri. In secondo luogo ci troviamo di fronte ad attività criminali che si verificano nel centro storico, contrariamente a quel che succede nelle città del nord. Il terzo aspetto è la vicinanza di questi ragazzi a organizzazioni criminali maggiori, come la camorra. Un ragazzo, anche giovanissimo, in poco tempo può diventare un boss ed è difficile che possa tornare indietro». Sales ha citato un dato inquietante, che evidenzia come la strada verso la criminalità a Napoli rappresenti spesso una strada a senso unico: «I tassi di recidiva dei minori nella realtà napoletana – ha detto – sono del 40% per i ragazzi che hanno seguito un percorso riabilitativo, e del 60% per coloro che non lo hanno seguito». Il quarto aspetto che caratterizza la criminalità minorile napoletana è legato alla bassa scolarizzazione, all’abbandono scolastico, alle condizioni familiari e al lavoro precario, quando c’è. «A fonte di lavori saltuari da 400 o 500 euro al mese – ha spiegato il saggista – la camorra è in grado di offrire opportunità economicamente molto più allettanti».
Diversa la realtà giovanile di Milano descritta dal procuratore Cascone: «A Milano – ha detto – fino a quindici anni fa il fenomeno delle cosiddette baby gang era appannaggio di ragazzi sudamericani che si univano in bande con caratteristiche simili a quelle dei loro paesi d’origine. Gang violente e organizzate. Dopo questo fenomeno, oggi ci troviamo di fronte a gruppi di giovani più liquidi, meno identificati etnicamente, senza un’organizzazione vera e propria. Sono ragazzi apatici, emotivamente anestetizzati, senza interessi e progetti, con alle spalle percorsi scolastici interrotti e famiglie assenti, che non li seguono e non li ascoltano». Sono gruppi composti da italiani, stranieri o ragazzi nati in Italia da genitori stranieri. Anche in questo caso la composizione è molto fluida. Come fluida è la geografia dei loro spostamenti: «Nascono in periferia – ha detto Cascone – per poi spostarsi in centro dove di solito i reati vengono commessi. Hanno nomi che li identificano con i c.a.p dei quartieri o i nomi delle zone, quasi a voler manifestare un legame col territorio».
Di comportamenti violenti riconducibili a bande giovanili ha parlato la pedagogista Maria Luisa Iavarone che ha visto da vicino di cosa siano capaci: il figlio è stato vittima di una di queste: «Lo hanno accoltellato 14 volte – ha detto – solo per portargli via un cellulare di poco valore. Un atto dimostrativo per mostrare le loro attitudini criminali». Da questa terribile esperienza, dalla quale il figlio si sta riprendendo, pur portando su di sé le cicatrici materiali e morali dell’episodio, è nata un’associazione per il contrasto alla violenza minorile, che si chiama Artur».
«Serve più Stato – ha detto Sales – per intervenire sull’educazione e sull’istruzione. Servirebbe una sorta di reddito di istruzione in grado di accompagnare i ragazzi nel loro percorso educativo fino ai 6 anni». La rassegna prosegue fino al 9 ottobre. Info e programma: www.racontiamocilemafie.it
