“Incanti d’Italia”: così una mostra permanente delinea il futuro dell’ex Pescheria di Trieste
TRIESTE Il sindaco Roberto Dipiazza lo dice da qualche mese, che per l’ex Pescheria la Fondazione CrTrieste e il Comune hanno in pentola «una figata». Finora se n’era parlato come di un’«Italia in miniatura», ma ieri è stata la giornata in cui s’è capito bene cosa s’intenda in questo frangente: in una delle serate dedicate al trentennale della Fondazione, l’architetto Marco Casamonti ha illustrato proprio al Salone degli Incanti il progetto intitolato “Incanti d’Italia”.
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Il contenitore sono quattro grandi stanze sospese all’interno della “basilica” della Pescheria, il contenuto sono dei dispositivi digitali che consentiranno a chi vi entra (il riferimento immediato sono i turisti da crociera) di “vedere” in diretta i patrimoni del Bel Paese.
In platea sedevano i vertici della Fondazione, il presidente emerito Massimo Paniccia, la presidente uscente Tiziana Benussi e il segretario generale Paolo Santangelo. Per il Comune c’era in prima fila l’assessore alla Cultura Giorgio Rossi. Il tema generale era il rapporto fra Trieste e l’architettura, che Casamonti ha trattato dal palco ripercorrendo il suo rapporto con la città e gli interventi compiuti con e dalla Fondazione da allora. Co-fondatore dello studio internazionale Archea nel 1998, l’architetto ha raccontato di aver scoperto Trieste in seguito a un incontro a Venezia con l’allora presidente della Fondazione Paniccia: venuto in città su invito dello stesso Paniccia, gli fu sottoposto proprio il tema del recupero dell’ex Pescheria. Casamonti propose di «togliere i tubi dell’aria interrandoli e rafforzare il pavimento perché supporti pesi». Consigli poi messi in pratica dalla Fondazione. L’architetto ha ripercorso quindi gli interventi compiuti all’ex Ospedale militare e al Magazzino Vini.
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Infine il nuovo progetto per il Salone: «Parliamo di un edificio molto bello, parte della storia della città, che dovrebbe essere aperto ogni giorno dell’anno. Altrimenti con le mostre resta chiuso sei mesi in tutto, e non possiamo permettercelo, tanto più che alle sue spalle arrivano le navi», ha premesso Casamonti. La difficoltà di quello spazio, ha spiegato, è la sua estensione: «Un enorme vuoto di 15 metri, utile in una pescheria per il ricambio d’aria» ma troppo luminoso e grande per le mostre. Un esempio in controtendenza, secondo Casamonti, è però l’installazione di Jannis Kounellis del 2013: «Lì questo spazio veniva impiegato in altezza, lasciando libero a terra». Sulla stessa linea si muove il progetto degli “Incanti d’Italia”: «Non più un luogo con mostre da allestire e disallestire, ma un allestimento permanente con opere digitali che consenta di vedere l’Italia di cui Trieste è la porta». Come detto, il progetto si articola in quattro grandi stanze sospese, «in cui entrare e vedere la costiera amalfitana, il Campidoglio o addirittura il Pantheon» grazie a grandi sistemi di schermi: «Un viaggio iperreale e virtuale nelle meraviglie d’Italia». Una soluzione, ha precisato l’architetto, che consentirebbe anche una varietà di temi, oltre a quello portante dello Stivale: i contenuti digitali sono già stati affidati a una «società italiana di eccellenza», ha aggiunto Casamonti.
Le stanze, sostenute da un sistema di tubi e rivestite di specchi, renderebbero «lo spazio più tenue, ridurrebbero l’eco, darebbero alla luce qualcosa da illuminare». In questo modo il Salone potrebbe essere aperto tutto l’anno, ha spiegato Casamonti, «perché è una grande piazza urbana»: «Questo è il sogno che abbiamo per questa città». Finora l’idea ha suscitato il placet entusiasta del Comune ma anche delle contrarietà. Da ieri sera molti nuovi elementi si aggiungono al dibattito
