Sinistra il grande reset
Se un decimo di quelli che danno consigli al Pd avessero votato Pd, il Pd starebbe per riprendersi la Corsica tra ali di folla plaudente. Ciononostante, forse perché abito alla Bolognina, il quartiere nel quale Achille Occhetto cambiò nome al Pci, e lo fece dentro una sezione al posto della quale oggi c’è un parrucchiere cinese, mi sento di condividere con i maggiorenti democratici quella che ritengo la soluzione ideale per riallacciare un vago rapporto tra la Sinistra riformista e il Paese: sciogliersi.
Spiego. Enrico Letta, il leale, coraggioso, competente, encomiabile curatore fallimentare della bad company lasciatagli in eredità dai Renzi e dai Bettini, ossia da chi sta per cambiare la Costituzione con Meloni e da chi voleva cambiare l’Italia con Taverna e Toninelli, ha inevitabilmente indetto un congresso che già preannuncia un format stravisto: d’un tratto sale sul palco una Serracchiani, o uno Scalfarotto, e dà dell’imbecille a tutta la classe dirigente. Quelli lo applaudono. Poi gli/le trovano un posto, si fa l’ennesimo giro di valzer, e al ballo successivo ci sono sempre meno sedie, meno elettori, meno speranze.
Non basta. I dieci anni a rimorchio, da quando cioè Napolitano incaricò Monti anziché aprire le porte alla prima vera vittoria elettorale progressista, la prima – intendo - senza apparentarsi a forza con Mastella o Bertinotti, hanno eroso alle fondamenta non già l’esistenza di una platea valoriale, di quelli che magari il lavoro nero, l’evasione, la mafia, meglio di no, ma la credibilità dei loro rappresentanti. Rintanati, più che nelle mitologiche Ztl, in una catastrofe di subalternità culturale, incapaci di incarnare l’italiano su cinque che non si è rassegnato ai quarant’anni di Governo Mediaset, dai quali siamo usciti paurosi, egoisti, in cerca di nemici ai quali addebitare i nostri fallimenti: in principio i comunisti, poi i migranti, oggi i percettori del reddito di cittadinanza. Siamo diventati un posto in cui ce la si prende coi poveri. E un moderno partito “di massa” che li difenda non esiste più. Anche se ne avrebbe, di mercato. Solo che se lo mangia la Destra. Che poi abbassa le tasse ai ricchi.
Inoltre, disastri identitari epocali come il jobs act, una paccottiglia ultraliberista che Thatcher avrebbe trovato eccessiva, o il Rosatellum, una legge elettorale nata per sostituire la dialettica parlamentare con le mosse del cavallo, sorta di ceralacca del disprezzo che persino chi dovrebbe rappresentarli ha per gli elettori, sono rimasti in pancia al Pd e azzopperebbero un alce durante la guerra per l’accoppiamento.
In campagna elettorale, Letta prometteva più tutele sul lavoro, e giù pernacchie. Criticava il sistema di voto, e via di gatti morti. Perché era roba del suo partito. Indifendibile. Senza contare la mediazione al ribasso di tutti i Governi nei quali il Partito Demcratico, in una crasi tra senso istituzionale e senso di Smilla per l’incarico, ha sempre agito da catalizzatore dell’impopolarità. All’ultimo giro, tutti gli schieramenti erano in qualche modo anti-sistema. Chi per contenuti, chi perché folgorato sulla via di Volturara Appula, chi per linguaggio muscolare e populista. Cosiddetto Terzo Polo in testa. Il Pd, invece, era il sistema. Picchiato a destra, a manca, soprattutto da tergo. E ha donato consensi a tutti.
La rassegnazione imbelle ha fatto il resto. Farsi schiacciare a sinistra – a parole – da una coalizione tra Destra ed estrema Destra, da cui sono fuggiti persino noti progressisti come Gelmini e Brunetta, permettere che i boyscout figiciotti Fratoianni e Bonelli venissero spacciati per consumatori di sangue borghese dacché preferiscono l’eolico allo sversamento nei pozzi, farsi scippare dall’avvocato del popolo due/tre idee di tutela sociale, ché altrimenti certe terrazze editoriali milanesi avrebbero storto il naso, hanno fiaccato il corpaccione del partitone che fu. Anzi, che furono: c’era pure la Dc.
Idem per il nostalgismo delle non vittorie. Perché (vero) Bersani è stato l’unico riformatore liberale in Italia e gronda lucidità. Ma il derby tra vedove non porta da nessuna parte, al pari dello spontaneismo velleitario, comunque personalistico, di De Magistris e compagnia inquirente.
Dunque, ascoltate un cretino: scioglietevi. Prima e durante il congresso, praticate qualcosa che la Sinistra riformista ha da anni dimenticato: l’ascolto. Quindi, quelli che le hanno perse tutte, quelli che hanno trasformato il territorio in un gorgo di piccoli poteri, i pupazzetti influencer gonfiati dai giornali, salutano in silenzio. E chiunque altro – ma davvero chiunque - fa un passo avanti. Previa una domanda: cos’hai detto prima? Perché a leggere certe auto-candidature, certe intemerate da chi l’aveva sempre saputo, che si muore democristiani, ma soprattutto che democristiani si muore, pare che fino a domenica vivessero su Plutone. Invece erano nella backline ad attendere uno scranno. E adesso fanno i rivoluzionari contro il tizio che avevano richiamato da Parigi sperando nella (loro) epifania.
Scioglietevi. Seppellite un partito che poteva essere e mai sarà più, come foste un’Antigone dello gnocco fritto. Cercate un nuovo luogo, soprattutto un nuovo nome, per dare a questa Destra, che ne ha bisogno, un avversario: Partito Laburista, Partito Riformista, Partito un po’ meno centrista, Gino… basta che sia un partito, nel simbolo non abbia il cognome di nessuno, e scriva il programma senza cooptarlo dalle agende Draghi o Conte.
Solo chi scompare, in fondo, può risorgere.
